MÉMOIRES

D E

LACADÉMIE IMPERIALE

DES SCIENCES,

LITTÉRATURE ET BEAUX-ARTS.

^^ 1(00.-^.

A

MEMOIRES

D E

L'ACADÉMIE IMPERIALE

DES SCIENCES.

LITTJÉRATURE ET BEAUX-ARTS

DE TURIN,

P0U1\ LES ANNÉES 1809 'SlO.

LITTÈRATURE

ET BEAUX-ARTS.

TURIN, MDCCCXI. '

CHEZ Felix Gallltti imprimpur de l'académie uiPÉRiALt:

3eJ OciencrJ etc.

4

TAVOLA.

D.

"ella Popolazione d'Italia in circa l'anno di Roma 626 , dedotta dalla quantità di truppe fornite da' Romani e loro Alleati per la guerra gallica-cisalpina. Di Jacopo Durandi . Pag. r.

Ricerche sopra I' età , in cui la sede , ed il culto delle Muse si trasportò dal Monte Olimpo in su quelli del Parnaso, dell' Elicona , Pindo, ec. , vera epoca della civilizzazione , e prima coltura letteraria della Grecia antica. Del medesimo » 3j.

Dell' origine del diritto regale della caccia.

Del medesimo » 110.

Ricerche storiche intorno agli antichi terre- moti del Piemonte. Di Francesco Galeani-Napjone .... » il^3.

Prima parlata di Giuseppe Vernazza - Freney nell'Accademia Imperiale diToi-ino, Dome- nica 18 di marzo 18 io » 160.

Dei progressi , e vicende dell' Arte della danza

o ballo. Di Emmanuele Bava-San-Paolo « i65.

Delle antiche contese de Pastori di Val di Ta-

naro , e di Val d' Arocia , e depolifici ac- cidenti soTpr&vvenuti. Di Jacopo Dvhandi. Pag. 187. Del Manoscritto de hnilatione Christi ^ dailo i\. Codice di Arona , e di alcuni altri codici dell' Opera medesima. Dissertazione di Gian-Fran- cesco G ALE ANI-NaP JONE » 26 1.

JR.énexion sur l'histoire de l'^'ponge de Proto- gène. Par Monsieur Pecheux .... » 327.

Reclierches concerna nt l'anecdote de' la ligne d'Apelle sur le laiileau de Profogòue , citée par PuNE Livre xxxv. Du mé.me . .^^■*\.,1^ 332.

Osservazioni intorno alla interpretazione data dal Signor Lorenzo Pecheux ad un luogo di Plinio. Di Gian-Francesco Galeai^i-Napione 336.

Discorso intorno alle cagioni della decadenza

delle Lettere. Di Francesco Regis ...» 35o.

Discorso sopra il soggiorno di Annibale a Capoa.

Del medesimo . » 35g.

Esame critico del primo viaggio di Amerigo Vespucci al nuovo Mondo. Di Gian-Francesco Galeant-Napione. . » 36c).

Discours sur le caractèce et l'étude des deux langues l'italienne et la fran^aise. Par Modeste Paroletti » 4?-^-

Riflessioni intorno all' interesse personale.

Del Signor Corte » 4^8.

Dissertazione critica sopra le scene stabili , e - mobili degli Antichi , e sopra altri teatrali ornamenti. LelSi^nor Giuseppe Franchj-Pont 5o3,

Observations sur un Manuscrit du Roinuleon.

Par Monsieur Vernazza de Frehey . Pag. 584.

Il Fonte del Valentino. Cantata.

Del Signor Vincenzo Mabenco .... » BgS.

Delle prime edizioni, e di un Manoscritto delle Memorie del Generale Mo^TECUCcoLI , ec. Di Gian-Francesco Galeani-N apiose . » 6o3.

Memoria sopra Errico Conte d'Asti, e della

Occidental I-iguria. Di Jacopo Durandi . r> 647.

Schiarimenti sopra la Carta del Piemonte an- tico, e de' secoli mezzani. Di Jacopo Durandi . 681.

Giunta alle contese de' Pastori di Val di Ta-

naro , §. 5 » 7l4-

Giunte , e correzioni alla Dissertazione di Gian- Francesco Galeam-Napione intorno al Ma- noscritto de I. C. detto il Codice di Arona ec. 715.

Giunte , e correzioni all' esame critico del pri- mo viaggio di Amerigo Vespucci. Dello stesso. 717.

Aggiunte alla Dissertazione critica sopra le scene

stabili, e mobili degli Antichi, ec. . . . » 719.

MÉMOIRES PRÉSENTE S.

Saggio di antiche gemme incise ec. Del Signor

Abaie Cari-Antonio Pollini » III.

DELLA

POPOLAZIONE D' ITALIA

IN CmCA L' anno di roma S26j

DEDOTTA DALLA QUANTITÀ* DI TRUPPE FORNITE DA' ROMANI E LORO ALLEATI PER LA GUERRA GALLICA-CISALPINA.

DI JACOPO DURANDL

Leila li 2S giugno 1806.

M.

.1 fo a disaminare e difendere un passo molto notevole del secondo libro di Polibio , nel quale è paruto ad alcuni esservi attacco per la critica. già da oscurità , o difetto niuno del testo nasce la contesa, e la dubbietà cbe si eccitò, ma dalla sostanza mede- sima del fatto e delle cose narrate , o sia dalla incre- dibile, come essi pretendono , quantità eleva di genti fornite tutte dalla Italia di quella età, come sarebbe a dire ti'a la prima , e la seconda guerra Cartcìginese. Al contrario pochi fatti dell' antichità paiono forse così ben certiGcati, come si è la quantità grande di

A

2 DELLA POPOLAZIONE d' ITALIA , EC.

uomini, che allora armò l'Italia contro de' Galli cisal- pini. Né ciò io dico perchè si traiti di cosa rapportata da cosi grave scrittore, e riputato da' politici non meno che dai militari , ma perchè dessa non è cosa altrimente inverisimile , od esagerata , e perchè ci si racconta altresì colla solenne guarenfiggia de' registri del Senato Romano , e dei ruoli di coscrizione di tutta la . gioventù capace a portar 1' ai-mi. Cotesti ruoli erano stati dal Senato medesimo ordinati , e di poi a lui trasmessi da tutti i popoli confederati o soggetti a Roma. Polibio ricavò da quei registri e ruoli partitamente il computo degli uomini forniti da ciascun popolo , e la somma totale , che ne risultò.

Piacque nuUadimeno a certuni d' intaccar la fede de' menzionati ruoli e registri , o piuttosto quella dell' Istorico. Tra costoro si distinse negli anni passati il celebre David Hume , il quale volle quasi imputar a Polibio di aver soverchiamente esagerato le forze mi- litari de' Romani , ovvero la popolazione d' Italia affla d' incoraggiarli viemmeglio : supposizione strana e del tutto ideale , poiché quella guerra eia finita da più anni innanzichè Polibio nascesse. Egli a rincontro avverti ( lib. 2. cap. -12.) di avere diligentemente annoverato il gran numero d' uomini e di munizioni d' ogni ma- niera con che.cransi preparati i Romani per la guerra Gallica, acciò si potesse viemmeglio giudicare dell'audacia di Annibale, allorché venne indi a pochi anni ad assal- tarli per cosi dire in loro casa.

DI JACOPO DURANDI. 5

Certo nella ipotesi di Hume , e di coloro che pvima di lui , e in appresso sono stati del suo avviso , non apparirebbe Polibio quel sincero , diligente e giudizioso scrittore , e critico eh' egli è , ma un quasi impostore inetto , poiché convern'a supporre che molto tempo dappoi il fatto , e senza necessità , utile nessuno avesse voluto o dissimular la falsità di que' ruoli, oppur alterare, e falsificar cose tanto divulgate, abbastanza lontane dalla sua età , ed attestate altresì da' registri di tutti i popoli collegati. Ma 1 istesso Hume non per altro lasciò travedere quel suo sospetto , che per gio- varsene in ogni modo, onde appuntellare, dirò così, il suo sistema , in cui talora con buone riflessioni ris- petto ad alcuni fatti particolari, e con una non infre- quente confusion di cose e di tempi rispetto ad altri fatti volle sostenere non essere stato il mondo antico più popoloso del moderno , ma piuttosto molto meno *. Non si avvide , che il numero delle truppe e de' coscritti per la guerra suddetta ch'egli calcola a 700000, non era punto il suo caso , e che pure aggiuntivi i servi, la popolazione d'allora non saria stata eccessiva' neppur a confronto di quella d' oggidì , comech.]' in alcuna di esse contrade ella sia piuttosto scarsa a paragone della estension , e bontà delle terre.

Sembrami cTie di ciò siasene benissimo avveduto il

* Discorsi politici. Diic. X.

/( DEIXA POPOLAZIONE D' ITALIA , EC.

SUO compatriota Wallace , il quale al contrario avea preso a difendere 1' immensa popolazione del mondo antico a paragon del moderno , e intralasciò di addurre in esempio il l'atto , di cui discorriamo , perchè il trovò forse inferiore di troppo a quegli altri bene spesso esorbitanti di lui trascelti come più opportuni al suo sistema. Computando però gli uomini annoverati da Polibio, egli vi avrebbe ritrovato una totalità mag- giore di 700000, ed accostantesi agli 800000. Altret- tanti ne contava 1' antico Romano storico Fabio Pit- tore intervenuto a quella guerra medesima, come lo attesta Eutropio nel primo capo del libro terzo, e fu in ciò preceduto da Plinio. Oltre a ciò Diodoro Siciliano ( liò. 2. J certamente esagerando , gli ac- crebbe quasi ad un millione. Differenza cotanto sospetta ad Hume, che vieppiù dubitò del computo di Polibio , e insieme si scandolezzò forte di Diodoro , perchè affermasse essere stata Italia in quegli antichi tempi assai meglio popolata, che non a' suoi, cioè in- torno l'età di Augusto. Parve incredibile ad Hume, che dalla prima guerra Cartaginese infino ai Triumvirati fosse la popolazione cotanto isminuita. E meraviglia che un si dotto e sagace scrittore non abbia considerato , che non poteva essere altramente dopo due secoli di guerre e devastazioni continue , e di proscrizioni , e stragi ; e se Roma a' tempi di Augusto fu più grande e popolosa , il fu anco a maggior discapito delle pro- vince soggette , e nel particolare 1' Italia andò mano

DI JACOPO DURAimi. 5

a mano ritlucendosi quasi tutfa in Roma. Così in ogni tempo le città grandi a guisa di spugne assorbiscono , e s' ingoiano i popoli. I contemporanei di Diodoro non la pensavano diversamente: Livio all'erma ( lib. 6, cap, \^^ ) che i due già popolosi territori de'Volsci, e degli Equi, eh' una volta mettevano in pie delle grandi armate , nunc vix semincrio exìguo Tnilitum relieto . seriilia Romana ab solUudine vindicant. Anzi di già ia circa il secondo tiiumvirato Cicerone disegnava si pro- vedesse di poderi la plebe di Roma , e si disperdesse per tutta 1' Italia , pensando per tal modo sentinam urbis exhauriri, et Ilaliae soliludinem frequentari posse*. Ma non vuò io entrar nella conlesa , se la terra fosse anticamente più popolata , che non oggidì , in qual proporzione. Sembrami , che i due partiti argomentino spesso da' particolari all' universale , vi faccian de' com- puti assai arbitrari , e incerti , e sogliano ugualmente esagerare. Vorrei bene che il famoso Montesquieu e i partigiani suoi si avessero il torto , i quali presuppo- nendo , come fanno , abbia la terra di già perduta molto più della metà della sua popolazione, e si spopoli del continuo , ci lasciei-ebbono nell' affanno di trovarci poco a poco in un deserto. Io ridurrommi a far alcune osservazioni direttamente dedotte dalla menzionata quantità di uomini liberi allora assoldati, o coscritti.

* lib. I, epist. i6, ad Atticura.

G DELLA POPOLAZIONE d' ITALIA , EC.

per ricavarvi quale si fosse prossimamente la popola- zione d' Italia. Confrontando quella con la moderna , si potrà formar giudizio della sincerità de' mentovati antichi registri , e dell' istorico , che li rapportò.

Affin di procedere esaltamente , fa mestieri detei-- jninare , quanta fosse allora la precisa estension di paese cui i Romani appellavano Italia , il quale di per se solo venne compreso nella rassegna de' popoli , di cui Polibio favellò. Determinala cotesta sua estensione anche in confronto del rimanente paese , che non vi fu compreso , o sia della così detta allora Gallia Cisal- pina , e della Liguria , avremo una proporzione per ritrovar prossimamente il numero degli abitatori anche di quest' altra provincia altronde circoscritta per tre lati da limiti immutabili. Siccome poi nell' una e nell' altra si assoldavano soltanto gli uomini liberi , e in ambedue eranvi de' servi , converrà pur investigare quale ne sia stata a quell' epoca la proporzione tra gli uni e gli altri nelle due contrade.

L' ultima estensione data al nome d' Italia immedia- tamente avanti la gueri-a , di cui discorriamo , eblie luogo dopo vinti e spenti del tutto i Galli Senoni. I Ronoani unirono il costoro territorio alla Italia , che si ampliò quindi , e si distese lunghesso 1' Adriatico dall' Esino , e da Sinigallia , dove innanzi finiva , insin di qua di Rimini al Fiumesino , e Pisatello , o sia al famoso Rubicone, e prese poco meno nella pro- porzion medesima altrettanto delle valli , e de' monti

DI JACOPO DURANDI. 7

immlnenli a quel trailo di paese, dopoché i Galli Boi domandando la restituzione di Rimini, furono al contrario costretti a cedere alcune altre loro terre e fortezze in quelle vicinanze, dal che tutto prese ori- gine la guerra Gallica. Altresì i Liguri perdettero nell' istesso tempo alcune vicine castella ivi su per gli Apennini. Laonde dalla imboccatura del Pisatello tirando una linea , che salga di mano in mano da nord-est a sud-oucst insiu ai gioghi dell' Apcnnino, che soprastano a Sarsina , e alle foci dell' Isapis , o sia del Savio, d'indi prosegua lungo que' gioghi insin disopra Val di Mugello, e le fonti del Bisenzio , o Visenzone , poi discenda e tagli l'Omhrone un poco di 1;\ di Pistoia , e venga finalmente accostandosi all' Arno insino alla sua foce , avi-emo a ponente e nord-ouesf: i limiti dell' Italia a quella stagione , e sippur della Etruria , che di già ne facea parte. Imjierciocchè è noto , che il fiume di Magra non fu altramente il con- fine della Toscana prima di Ottaviano Augusto, e che oltre a ciò la nazione de' Liguri a quel lato in sul pendio degli Apennini si approssimava d' assai alle rive dell' Arno medesimo , anzi vi toccava in alcuni luoghi e poco se ne scostava discendendo in verso il mare.

Parrebbe che tra la qui divisata linea , e lo stretto di Sicilia non si dovesse punto dubitare fosse allora cir- coscritta l'Italia , e forse insino a ora nessuno ne dubitò. Però nella rassegna di Polibio non vi compaiono i Bruzi,

8 DELLA POPOLAZIONE d' ITALIA , EC.

possono soltindere compresi tra i Japigi, oppur tra i Lucani, co' quali confinavano , e anticamente scampati da'Luc&ni stessi come servi e pastori n'el)bero appunto il nome di Bru/ii , o Bre/ii , cioò a dire di fuggi (ivi *. Essi già da lunghissimo tempo avanti la guerra Gallica cisalpina formarono una particolar nazione eli' era stata molesta a' vicini , ed a' Lucani medesimi. Se i Bruzi ebbero già qualche alleanza co' Romani , se n eran certo spiccati dopo la prima guerra Cartaginese. Oltre a ciò il silenzio stesso di Polibio intorno ai Bruzi nel luogo , che ora si disamina , giova mirabilmente a ris- chiararne e spiegarne un altro del libro 22 di Plinio capo 5 intorno al confine d' Italia a que' giorni dal lato delle Calabrie, il che non so se sia stato mai av- vertito.

Plinio parlando ivi del sommo onore della corona 'graminea , narra essei-e stata conferita a Quinto Fabio Massimo , per aver cacciato d' Italia Annibale. E ceito che Fabio gli levò Taranto , e lo ridusse a rifuggire ne' Bruzi , d' onde poi Annibale non dipartì , se non quando fu chiamato a soccorrere Cartagine stretta dal grande Scipione , cioè alcuni anni dopo la presa di Taranto , e qualche tempo dopo la morte di Fabio medesima. Talché a Scijìione solo converrebbe attri- buir r onore di avere astretto il genei'al Cartaginese

» Strab. lib. s. e 6; Diodoro lib. 16.

DI JACOPO DURANDI. g

ad abbnnclonarc Italia. Perù ncmmcn può dirsi , che allora ne fosse egli cacciato , come vi fu di Taranto , e da tutta la lapigia , e Lucania , quando rifuggì ia quel de' Bruzi sconfitto da Fabio Massimo. La sua partenza per ì Africa è stato un comando della sua repubblica * ; punto ebbe relazione alcuna colla vit- toria , clie meritò a Fabio 1' onor del trionfo , e di quella corona , per averlo cacciato d' Italia , o sia cos- tretto a ritirarsi ne' Bruzi, Il costoro territorio non era adunque a que' giorni ancora compreso nella Italia , benché la vanità de' Greci abbia preteso di attribuire a quello per anticipazione e preferenza sul rimanente ài questa provincia il nome d' Italia e di Magna Grecia. Ma sappiamo , che usarono i Romani estendere il nome d' Italia dipartendo dal Lazio , e a misura che si avan- zarono nelle circostanti regioni , e che non si erano per anco avanzati addentro la penisola de' Bruzi al tempo della guerra Gallica Cisalpina. Questi allora non essendo nemmen collegati di Roma , non furono perciò descritti ne' registri da Polibio ricopiati , e considei'a- vansi da' Romani come fuori d'Italia, del che la notizia consei'vataci da Plinio parmi viemmeglio ce n'assicuri. Per la qual cosa levandosi a Italia il paese de' Bruzi , dovrem forse levarle affatto la moderna citeriore ed ulteriore Calabria ? In questo caso 1' Italia d' allora dal

* Livio lib. 30 , cap. 20-

IO DELLA POPOLAZIONE d' ITALIA , EC.

canto del mar inferiore , o Tirreno finirebbe al fiume Laino , e da quello del mar Ionio a Metaponto , e al fiume Alesso. Diverrebbe quindi anche più meravigliosa agli occhi di Hume , e de' seguaci suoi la menzionata quantità di truppe , ristrettosi entro più brevi confini il paese , che le fornì , al che essi non avvertirono punto. Ma le coste di quell' angusta e lunga penisola erano occupate pressoché tutte da colonie di Greci * però nemmeno le costoro città a quel tempo già di molto scadute somministrarono de' soldati a' Romani , secondochè appare dal testo di Polibio. per rac- cozzare alla Italia d' allora almeno la citerior Calabria, gioverebbe il dire , che poscia Annibale non si fosse fermato in questa, ma ritiratosi nelV ultimo angolo della campagna de' Bruzi, come Livio volle spiegarsi. E vero, che Castra Annibalis dinominossi un luogo presso il golfo di Squillace in sul principiar della Calaliria ulte- riore , dove insin al golfo opposto , o sia di Santa Eufemia 1' Italia è ristrettissima , cioè non più larga di venti miglia romane , o appena di quattordici geografi- che ; ma alti'esl è sempre vero , che non risulta , abbia o città ninna , o verun popolo della citerior Calabria portato r armi nella guerra Gallica Cisalpina , ovvero trasmessi i ruoli de' suoi uomini atti a portarle.

Con tutto ciò sembrami cosa assai probabile , che i Bruzi, se non direttamente a' Romani , abbiano però fornito degli aiuti a' loro vicini Lucani , .Tapigi e Mes- sapj alleati di Roma , coi quali e prima , e dopo la

DI JACOPO DURANDI. IT

guerra Pirro erano usi colle garsi. Altronde Japigi , Mcssapj , e Lucani fornirono un numero d'uomini, che pare un poco forte di. 'po le tante stragi, sconfitte , e desolazioni non molto prima patite nelle rovinose loro guerre , che gli aveano assoggettati a' Romani. Questi ultimi al tempo dell' istessa guerra Gallica con- tinuarono a intertcncre una legione in Taranto a difesa e per sicurezza della Japigia , o diremo oggidì della terra di Otranto, dove non aveano a temere vi si ficcassero così tosto i Galli. D' altra parte tutti cotesti popoli , e i Bruzi medesimi riguardavano i Galli Cisal- pini come un comune nimico , e lo spavento , che n' ebbero , ed il pericolo non fosse poi il lor paese invaso da quelli , gli animò tutti a trattar come pro- pria la guerra Gallica. Per lo contrario guardando eglino quella di poi mossa da Annibale come guerra particolare, e diretta soltanto contro di Roma, nessuno di cotesti popoli prese 1' armi a prò' di essa , ed alcuni a rincontro si unirono ad Annibale medesimo. Inoltre i Romani erano di già in possesso di Reggio , e per- ciò di una parte della estremità dell' ulterior Calabria. Conviene altresì aversi riguardo , che Annibale riti- randosi dalla Italia sconfitto da Fabio , portò seco ne' Bruzi' tutti gli abitatori di Metaponto , talché quella illustre città rimase del tutto abbandonata , e deserta. Ma poiché nel sistema di Hume , e de' parziali suoi non si dubita punto di estendere l'Italia d'al'ora infino allo stretto di Sicilia , io pur vi comprenderò le due

Il: DELLA POPOLAZIONE D' ITALIA , EC.

Calabrie, Lencliè non debbano iulcramente compren- dei-si , ma nel tempo stesso per una cotal maniera di pi-oporziouale , od anzi largo compenso io vuò ancora avvantaggiar il loro sistema. Essi contentnnsi di portar a 700000 gli uomini o già spediti all' esercito , oppur coscritti , e pronti a marciare a un bisogno , ed io !£■ farò montare inQno al numero di 763800; impercioc- ché sebben Fabio Pittore sopraccitato ne contasse incirca 800000 , parmi piuttosto abbia voluto usar di un nu- miero rotondo , per esprimersi senza frazioni , e a così dire per un dipresso , siccome non poche volte si usò. Plinio seguitò anch' egli questo rotondo numero. - Però attenendoci alla quantità in ultimo luogo rac- colta e sommata da Polibio , risulterebbono a 700D00 fanti , e 70000 cavalli. Un gran numero di cavalli parrà forse sospetto , ancoraché si vogliano intendere di tutti i più capaci , che aveano i ^particolari di quelle contrade per uso non di guerra , ma proprio ; e ciò tanto più, dacché le rassegne parziali riferite da PoUbio ne darebbono soltanto 4.5000 , e non è poco per un paese attraversato a dilungo , e intersecato da tanti rami di montagne e di coUi. Si deggiono bensì com- prendere la menzionata legione mantenutasi ne' Tarea- tini , e un' altra nella Sicilia cioè alhi 8800 soldati , in tutto 753800. Siccome non è sulla quantità de' ca- valli , ma degli uomini che verte la contesa , o si ritenga quest'ultimo numero, oppur quello di 770000, se ne devono ugualmente dedurre venti mila tra Veneti

DI JACOPO DURANDI. l5

c Ccnohiani, i quali eiano fuori de' limiti della Italia d' allora , e s' appartenevano alla Gallia Cisalpina. I Romani ricscirono a tirargli al lor partito , e li tennero su le frontiere de' Boi , per impedire che i Boi mede- simi si unissero agli altri Galli. Laonde secondo il pri- mo computo non vi sarebbono d'Italiani che 783800, secondo r allro yBoooo e riterrò quest' ultimo.

Perchè nessuna delle moderne più grandi monarchie d' Europa non ha giammai messo insieme ad un tempo un numero così grande di truppe, e perchè sarebbe troppo dilhcile l'arie sussistere, e marciare , non si è mancato di ripetere , che adunque la cosa era tanto- meno possibile alla Italia d'allora. Ma così ragionando su ciò , che veggiam farsi da' moderni , non si è av- vertito , che oltre i venti mila sti-anieri suddetti, che £ Romani lasciarono quasi sul coloro proprio territorio su le frontiere della Gallia Cisalpina , con altrettanti degli alleati per contenere i Boi , non fecero marciare che due legioni condotte dal consolo Lucio Emilio , e. rafforzate da 62000 uomini degli alleati, che posero il campo presso Rimini , per impedir ai Galli il passo dal canto dell' Adriatico, ed altri 64000 ti-a Toscani, e Sabini , i quali accamparono sulle frontiere della Toscana medesimu. Rimase il forte delle truppe nelle vicinanze di Roma , e i cosciitti , che ne for- mavano la più gran -parte , rimasei'o come in deposito nelle loro patrie istesse pronti a marciare al primo avviso.

l/f, DELLA POPOLAZIONE D' ITALIA , EC.

Ma intorno alla marcia di coleste milizie assai prima di Hume e di altri moderni avea Paolo Orosio liò. 4 cap. i3 insin dal quinto secolo dell' era nostra preso 1 istesso abbaglio. Egli pretese parlar coli' autorità di Fabio Pittore vissuto appunto al tempo della guerra Gallica Cisalpina , ma confondendo le disposizioni , ed anco le azioni delle truppe de' Romani, e degli alleati, 3ia presupposto , che ottocento mila di loro , a che lece montar tutto 1' esercito , prendessero la fuga al primo fatto d' arme in Toscana. Laonde gli parve inci-edibile , che potesse nel loro esercito esservi tanta gente , e cotanta dappocaggine. A rincontro appare , che non vollero i Romani discostar da casa le loro forze, uscir de' confini d' Italia per assaltar il nemico, e nemmeno impedii-gli il valicar gli Apennini , che a guardarne i diversi tra lor discosti passi poche truppe non bastavano , molte non poteano sussistere per la atei'ilità de' luoghi. Quindi aspettaronlo in casa per combatterlo e disfarlo , come dipoi avvenne , senza bisogno niuno di farvi marciare i numerosi coscritti. Talché r istesso fatto non solo toglie , ma previene sin anco le mentovate difllcolti .sul far sussistere e marciar cotanta gente. Il sagacissimo MacchiavelLi nel capo Ì2. del secondo libro de' suoi discorsi sopra Tito Livio avea di già molto bene avvertito , che i Ro- mani per assaltare una provincia non mandavan fuora grandi eserciti , ma per difendere la casa ne misero in armi contro ai Galli sino a dlciotto centinaia di

DI JACOro DURANDI. lo

migliaia : el così glie n' imprestò loro per {sbaglio molto più del doppio.

Ora convciT;\ la proporzion ricercare de' ^Soooo uomini suddetti di truppe e di coscritti rimasti nelle loio case col rimanente della popolazione , che gli ha forniti. Parvero di troppo numerosi, perchè si argomentò non già da quello usavasi ne' maggiori pericoli di guerra non meno da' R.omani e altri popoli guerrieri , che dai barbari medesimi , ma piuttosto da quello , che per lo più venne in uso nelle moderne età per propor- zionare r ordinaria leva de' soldati gregarj colla po- polazione di ciascun territorio , su del che si sono formati de' canoni politici più o meno arbitrar]. Altro ò annoverar tutti gli uomini di una nazione atti alle armi , come nel caso , di che si favella , ed altro i! farne scelta sino ad un numero adattato alla oppor- tunità , che da' Romani era detto delectus , e per lo più si confà colle moderne leve. Qui si discorre sol- tanto del primo caso , in cui io deduco cotesta pro- porzione da ciò, che più comunemente è stato in uso nelle più gravi circostanze , e 1' esperienza ha confei- mato.

Trascorrendo le note de' censi , e de' lustri della ro- mana repubblica , che sono distintamente riferite ne" libri di Tito Livio, e nella epitome de' perduti, vi si può ricavare, che la quantità de' cittadini capaci a portar 1' armi si accostava per lo più alla quarta di Ila ' total popolazione , esclusi però i servi. Io mi

l6 DELLA POPOLAZIONE d' ITALIA , EC.

asterrò dal farne un fastidioso novero, ma solamente osserverò intorno al più antico censo fattosi dal Servio. Tullio , che- abbiamo nel primo libro di Livio cap. 44' avvertirsi da Livio medesimo , che secondo r antico isterico Fabio Pittore il numero di ottanta mila cittadini descritti in quel primo censo era quello solamente de' capaci a portar l'armi; d onde poi non si ebbe diflicoltà niuna a computare che il totale de' cittadini Romani di ogni sesso ed età eccedesse i tre- cento mila, e si accostasse ai quattrocento. Dee pai-er eccessivo per que tempi un gran numero di Ro- jnani , il cui territorio ancora non si estendeva che a poche miglia dalla città , poiché ne' censi susseguenti dopo conquistati alcuni vicini popoli il coloro nu- mero era ancor lontano dall' accostarsi ai quattrocento mila. Ma io rapporto quel primo esempio al solo line di comprovar il principio osservato insin d' allora sovra 41 proporzionare i citladini atti alle armi incirca alla quarta della .popolazion totale. La coloro età secondo la legge fatta dall' istesso Re Servio Tullio venne fissata dai sedeci anni compiuti sino ai quarantasei parimente compiuti, lo non dubito , che ne' casi di una minacciata invasione si i:>iorogasse 1' età degT idonei Snsino ai cinquantanni.

Ma r istoria romana ci fornisce un esempio nostrale riferito da Strabone lib. IV, a' tempi di Augusto , sotto cui la nazion de' Salassi rimase vinta e disti-utta. Dopo molte zuffe ella si ridusse a trentasei mila persone di

D I JACOrO DtRANDI. I7

Ogni età e sesso condticnale (ulle alla servitù, e vcn cinte all'asta pubblica in Ivrea, delle quali ve n'erano otto mila idonee all' ai-xni. Ve n' ha 800 più della quinta, e 5oo meno della quarta della total popolazione , ma altresì convien dire, che nelle zuffe precedute alla in- tera loro disfatta non donue e fanciulli , ma combat- terono e vi perirono molti dcgl idonei a battagliare.

Anche più preciso è il calcolo, che ci diede Cesare nel primo della guerra Gallica cap. 16, ricavato dalle tavole medesime ritrovate nel campo degli Elvezj , nelle quali leggevasi partitamente descritto il numero di ciascun popolo, uomini, donne , fanciulli, e separatamente quello degli idonei a portar l'armi, i quali montavano a novautadue mila, che sul totale ivi descritto di 558ooo rivengono appunto^alla quarta della intera nazione el- vetica. Cesare altresì nel libro suddetto annoverando le truppe, che i Belgj gli opposero, le fa montare a ducentotto mila uomini , e non erau cotesti i soli idonei all' armi , de' quali se ne potea raccozzare un ■molto maggior numero , come da lui medesimo ci vien -indicato, che avrebbe potuto compiere la quarta parte ■della Nazione atta a portarle. L' istesso Hume non ne disconviene , e per un suo calcolo troppo ai-rischiato ne fissò la quarta a cinquecento mila, e l'intera nazione 'de' Belgj a due milioni di persone , poi ad una quarta delle Gallie 1' estension della Belgica , e ad otto milioni la popolazione di tutte le Gallie al tempo di Cesare. E lauto più singolare che dinieghi all' Italia del secol

e

l8 DELLA POPOLAZIONE D' ITALIA , EC.

sesto di Roma 700000 uomini atti all' armi contro la precisa autorità di Polibio, mentre ne accorda alla sola Gallia Belgica 5ooooo su due milioni di abitanli.

S'io volessi allontanai-mi dai nostri confini, e dalla Italia, ritroverei pur altrove osservata la proporzioa medesima , e sin nella i-epubblica d'Atene , la qual non ebbe mai più di ditjci mila uomini di truppe nazionali, o di cittadini, prendendone secondo il bisogno al suo soldo un molto maggior numero dalle città alleate , o tributarie, o fornendole di mercenarj Traci, Creteusi , ed altri soliti a vendersi a chi volea comprarli a quell' uso. Egli è noto , che il total numero de' cittadini d' Atene e dell' Attica in un coli' isola di Salamina non soleva eccedere venti mila , e in circa altrettante donne. Troviam questo numero di cittadini ne' diversi lustri fattisi sotto Pericle , Demostene , ed altri Dema- goghi; oude la quarta della popolazione era degli idonei all'armi. Cosi detratti questi ed i fanciulli, e gli altri cittadini in altre faccende occupati, le assemblee degli Ateniesi non furono maggiori mai di cinque mila per- sone, come afferma Tucidide, lib. Vili. Alla naviga- zione , al commercio , all' agricoltura , alle miniere , e manifatture, e al servizio domestico adoperavansi nu- merosi servi, de' quali parrà esagerata la quantità quattrocento mila , che dicesi po^ìolasse quel ristretto sterile paese. Il novero o censo de' cittadini d' Atene , e dell' Attica fattosi da Demetrio di Falera, secondochè ce lo rapporta Ateneo, lib. 6, cap. 12, era di 21000,

DI JACOPO DURANDI. Ig

oltre 10000 stranieri stabiliti nell'Attica, e 400000 servi, <le' quali parmi così eccessivo il numero , che inclinerei a scemarlo di molto , per renderlo verisimile. Meritano tanto più di essere grandemente ridutti i non meno eccessivi numeri , che ci diede Ateneo dell' enorme quantità, de' servi delle altre greche Repubbliche.

Ravvicinandoci a' più moderni tempi, si è riguardato come argomento il più prossimamente vero, e sicuro, altrettanto che un mezzo il più facile e spedito , per ritrovar il numero degli abitanti di un paese, l'anno- verare tutti gli idonei a portar 1' armi , e determinare la próporzion loro alla quarta della intera nazione. Hariston neir accuratissima sua descrizione dell' Inghil- terra vi riferì i risultamenti delle operazioni fattesi per ri-conoscere la popolazione di quel regno nel iS'jS , allora ancor diviso dalla Scozia , ed essendosi ritrovato che gli abitanti capaci a portar 1' armi montavano a 1,171,674, moltiplicatosi questo numero per quattro, si rilevò essere stato il totale della nazione , cioè donne, vecchj , e fanciulli, 4386,696 persone. Otto anni dopo, o sia nel i583 si è ripetuta l' istessa operazione riferita da Walter Raleigh , e risultò il numero degli idonei all' armi a 1,172,200, cioè di 626 persone idonee piucchè nella precedente rassegna; donde su l' istesso principio se ne dedusse il totale degli abitanti, del che si val- sero come di regola altri moderni politici. Vuol essere pur così intesa quella stabilita dal celebre matematico Hallet nelle sue osservazioni sopra le liste de' morti

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20 DELLA POPOLAZIONE D' ITALIA , EC.

della città di Breslavia in Silcsia l'apportate nel terzo volume del compendio delle Transazioni filosofiche di Louthorp , pag. 669 , per determinar prossimamente il numero degli abitanti di una città, o di un regno su quello de' capaci all' armi , eh' ci parimente fa ascen- dere alia quarta del totale. Altri vollero intendere la regola di Halley pel numero delle tru^^pe, ch'uno stato arma , o può armare in tempo di guerra , il che è fal- lacissimo , non accadendo cjuasi mai nelle moderne età,; che uno stato armi , ed abbia in piedi in una fiata tutti gV idonei, ovvero la quarta della nazione; talché dal numero degli attualmente armati non" potrà mai dedursene il totale della popolazione , la quale nei nostri governi è tanto più difficile a sapersi.

Laonde su la mentovata proporzione la più prossima- mente certa, e comprovata coli' esperimento di antichi e moderni esempli, se al tempo della guerra Gallica Cisalpina 1' Italia rinchiusa ne' limiti suddivisati ha for- nito 750000 idonei a portar Tarmi, non aveva ch'una- mediocre popolazione di persone libere , cioè di tre milioni in circa , comprendendovi e donne e fan- ciulli e vecchj , o altramente inetti. Quando pur si volessero gì' idonei ridurre tra la quarta , e quinta della popolazion intera , il totale di essa non avrebbe ecceduto 3,5ooooo. Dobbiam noi tanto più rassicurarci su questo calcolo , sapendosi con certezza , che allora ogni repubblica , e città libera teneva esatto registro de suoi cittadini , i quali a suo tempo tutti avean di-

DI JACOPO DURANCI. ni

ritto di prender parte nel governo , e vi aveano voce deliberaliva. Ma d' idtro canto gli antichi avean pur de' servi o schiavi , de' quah non usavano tener pub- I)liro registro , od almeno non ne pervenne alcuno insino a noi ; il che ci fa ricadere in una incertezza rispetto alla popolazion intera di ogni cittù , e repub- blica. Ma per buona sorte noi discorriamo di una età, in cui di ogni maniera lusso era tuttavia sconosciuto agi' Italiani , e vieppiù appresso la prima e prepotente nazione d' allora. Talché considerate tutte le lor cir- costanze politiche e domestiche , e i fatti alquanto in- nanzi, e nell'età medesima, e poco dopo succeduti, noi possiamo se non computai'e il numero de' loro servi , riconoscere almeno che ancora non n' avevano che po- chi, e non n' abbisognavan di molti.

E troppo nota 1' antica tenuità de' beni , e frugalità delle famiglie R-omane , la qual durò parimente molti anni dappoi 1" epoca , di cui si discorre. Perchè ante- rioj-e alla medesima di 23o anni incirca non par- lerò di Lucio Quinto Cincinato , a cui qiiatuor iugera aranti non solutn dignitas pairìs-familiae conslilit , sed etiam dìclafura delata est ; ma tuttavia poco più 170 anni dopo Cincinato , od incirca cinquanta prima dell' epoca nostra il consolo Manio Curio Dentato chia- mava un cattivo cittadino quel padre di famiglia, il qual non sapesse contentarsi di sette ingerì o giornate di terreno. Non ne possedea di più il famoso Attilio Regolo pochi anni prima dell' epoca , di cui si favella.

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ed anche parecchi anni dopo di questa , cioè in tem- po della seconda guerra Punica è notissimo, che un generale Romano, il qual mihtava in Africa , domandò al Senato gli si permettesse venir in Italia per veglia- re , e adoperarsi alla ricolta delle messi del piccol suo podere. Ma per non dilungarmi in così fatti esempli della strettissima frugalità d'allora, dee bastare per un compiuto ritratto degli altri primarj personaggi , e della semplicità de' loro costumi Catone il censore vis- suto a' tempi della seconda guerra Punica. Me ne rap- porto alla vita , che ne descrisse Plutarco.

Quando i dittatori , i consoli , i generali d' esercito , ed altre primarie dignità contenti di pochi beni mena- vano una vita faticosa e stretta e le fortune de' cit- tadini erano pressoché uguali , senza fasto e lusso di sorta , e tra la plebe i più poveri partecipavan de" frutti dell' altrui campo , prestandovi la lor opera , e non ancora le particolari , ma le ricchezze del pubblico tesoro formavano l'ambizione di ogni buon cittadino, nessun di loro certamente abbisognava di molti servi. soltanto i Romani, ma tutti gli altri popoli d'Italia loro alleati , ovvero suggetti , viveano a c^uella età con egual parsimonia , poteano far altrimenti neppur quelli della Magna Grecia dopo la guerra di Pirro , e j debellati Tarentini , e le stragi e rovine de' Lucani e de' Bruzj , e di altri di que' popoli non molti anni pri- ma del tempo , di cui si parla. Del resto era comune

DI JACOPO DURANDI. 2^

agri(aliani d'allora la vita semplice e frugale ^ occupati tutti dell' agricoltura , e delle arti più necessai'ie.

Nulla di meno sarà opportuno aver presenti alcuni de' precipui fatti più diretti e conducenti a questa ri- cerca, accaduti alquanti anni innanzi la guerra Gallica Cisalpina , e quindi insino alla seconda guerra Punica. La morte di Pirro dianzi chiamato dai Tarentini ia Italia , la nova lega contro di Roma degli ostinati Sanniti , Lucani , e Bruzj , e l' intera loro disfatta e sommessione dopo una rovinosa guerra di settantadue anni avevano preceduto d' anni quaranta quella di cui trattiamo. Sicché i servi , che i Romani , e i loro al- leati vi avean fatto , erano morti per la maggior parte o vecchj , e in piccol numero. Insino allora Roma non ebbe altra moneta che di rame : incominciò scarsa- mente a batterne d' ai-gento dopo cotesti acquisti. Po- chi anni appresso furono gli Umbri debellati, e presa Camerino lor capitale, e venduti gli abitanti; ma nou accrebbero il numero de' servi , perchè quasi subito riscattati dal senato , e data all' Umbria tutta come fattasi deditizia la cittadinanza di Roma. Neil' anno slesso fu soggiogato il Piceno, ma rendutasi Ascoli, tutto il paese seguì f esempio della capitale, e la pronta sottomissione non lasciò luogo a farvi de' servi , o po- chissimi. Due anni dopo incominciò la guerra di Si- cilia , o sia la prima Punica , ma la poco ritardata al- leanza di Hierone Re di Siracusa , e la pronta som- missione di molte città e castella di quelF isola , ed il

«L.j DELLA FOrOLAZlONE d' ITALIA , EC.

l'avore degli abitanti pei Romani tolsero a questi l'oc- casione di farne de' schiavi.

La più importante vittoria navale, per cui i Romani passarono la prima volta in Africa, non è anteriore che di venticinque anni alla guerra Gallica. Le loro flotte provvedute di un numero grandissimo di re- miganti superiore quasi due volte a quello de' sol- dati , impiegavano a quell' uopo la maggior parte d uomini di condizion servile , ma quelle flotte dopo la vittoria perirono per lo più alTogafe dalle tempeste, e i servi fatti sul nemico in un anno, o comunque altramente acquistati, erano spenti in gran parte neil' anno medesimo , o nel seguente. Cotanta rovina fece sospettare a' superstiziosi Romani, che gf Iddii dinie- gassero a Roma f impero del mare, onde il Senato decretò in quel tempo , si componesse in avvenire la flotta di sole cinc[uauta vele per proteggere le coste d'Italia, e trasportar le truppe in Sicilia. D'altro canto è noto , che anco in quella prima guerra Punica tei- minata dieci anni innanzi v incominciasse la Gallica , i Romani e Cartaginesi fecero il più sovente cambio de' loro prigionieri di guerra. In cotesto intervallo la rivolta, e sedizione de Falisci non procacciò a Roma se non la metà delle coloro teiue , poscia due mila prigionieri di Galli Boi iti in soccorso de' Falisci: indi appresso cinque mila Liguri fatti prigioni, e servi. Quattro anni prima della gueri-a Gallica, erasi chiuso il tempio di Giano , e fu generale la pace. Venne

DI JACOPO DURANDI. 25

appena (iivbafa nellanno scgi» nte ptr la rivolta e lega ben tosto soppressa de' Liguri, Sai-di, e Corsi. Trovossi scemato nel censo il numeio de' cittadini romani , ed emanò la legge, che gli aslrigneva giurare di maritarsi col solo fine di dare de' cittadini alla Repubblica; e accadde allora per cjuesto fine medesimo il primo di- vorzio. In così fatte occasioni eran più facili, e più frequenti le manumissioni de' servi e gli affrancati ot- tenevano il dritto di cittadinanza. Erano in questo stato le cose di Roma e d' Italia , allorché minacciata dai Galli Cisalpini furono ordinati i ruoli di tutti i capaci a portar 1' armi.

Laonde se non inaridita , era però da più anni dive- nuta scarsa di molto la principale abbondante sorgente di servi a quella stagione priva affatto di esterno com- mercio, e attorniata Italia di nemici e di barbari. L'altra più ordinaria sorgente , ma la meno feconda erano le parziali fortuite compi-e tra i cittadini, la povertà di alcuni di loro, 1' enorme usura del danaro, e ì avarizia de' patrizi , che foi'zava talora alla servitù i debitori insolvendi , oltre a ciò i servi di pena , ed altri acci- denti minuti e meno frequenti che insidiavano l'altrui libertà. Sembrami abbondare, accrescendo di una de- cima l'accordata popolazione di 3,5ooooo persone libere e componendo di servi cotesta decima, de' quali perciò n' avremo 35oooo. Quando pur si vogliano altri Sdogo, o incirca aggiugnersene di servi pubblici, tutta la po- polazione non arriverebbe ancora a quattro milioni di

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26 . DEI.T.A POPOLAZIONE D' ITALIA , EC.

persone ; e quando pure sempre più largheggiando , si volesse accrescere quella insino a quattro milioni , aumentandovi altri cento mila servi , ella verrebbe allora a formarsi per una ottava parte di soli servi , i quali nella suddivisata condizion di cose , di costumi , e di fortune dovrian parere soverchiamente accresciuti. Ben all' opposito di comparir eccessiva , e assai su- periore alla moderna la jiopolazione della Italia d' al- lora , deducendola dal rapporto e calcolo di Polibio , come piacque ad Hume di presupporre, era dessa mi- nor di quella , che oggidì contengono le province , le quali componevano allora 1' Italia , sebbene alcune di esse non sieno affatto popolose al par delle altre , comechò non meno fertili , e capaci. Non so perchè quel dotto politico non abbia consultato la no^-a rhisfa del globo pubblicata dal suo concittadino Tommaso Temploman poco prima del suo discorso intorno al numero degli abitatori tra le antiche nazioni , se non è forse perchè invaghito di alcuni paradossi tutti suoi propri , abbia disdegnato gli altrui. Però 1' opera di Templcman ha servito a que' giorni, e in appresso di base a non pochi moderni politici per misurare e po- polar a lor senno gli stati dell' Euiopa. Se Hume se n' astenne , dubitando di doversi forse ricredere delie colui ipotesi a fronte massimamente della estesa super- ficie , che nella mentovata opera dassi all' Italia , e a tanti altri paesi, egli è stato più accorto di quello siano tuttavia tanti sedicenti statistici, i quali senza dubitarne

DI JACOPO DUEANDI. 27

adottano quei calcoli , e quelle tavole , od altre carte non meno fallaci, ed amplificano, ed estendono le terre, e vi collocano degli uomini creati dalla loro fantasia. Basti osservare, che Templeman diede alla superficie dell' Italia presa ne' suoi limiti naturali 7557G miglia geografiche quadrate , Go delle cjuali fanno il grado teirestre , talché ne triplicò quasi la grandezza , e in proporzione converrebbe la popolazlon sua accrescere. Non saprei di quali mappe e carte egli siasi servito, perciocché nemmen la carta di Guglielmo Sanson , che le die' una smodata circonferenza, quella un poco più moderata di Delisle , eh' erano allora assai di moda , e non cessarono affatto di esserlo appresso di alcuni , non progettano una estensione così eccessiva. Io la ridurrei incirca a 26700 delle miglia suddette , cioè un cotal poco meno della superficie , che risulta dalla carta unita alla dotta analisi geografica d' Italia del celebre d' Anville.

Abbiam in oggi de' monumenti più sicuri, ma è sem- pre dilFicile misurare e calcolar con qualche certezza la precisa superficie di un paese in miglia quadrate , donde ne avviene , che i calcoli adottati in tanti libri moderni non sono quasi mai d" accordo tra di loro. INIolto più incerto , ed arrischiato si è voler determi- nare la quantit;\ degli abitatori su caduna di quelle miglia anche sopra la base delle liste de nati e de morti di una città, o regione dov' elle sono in uso, argomen- tando poi dal parlicolai"e di quella al generale di

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tutto un dato paese , siccome per lo più suolsi fave. I risultamenti sono quindi inesatti, e per lo più ideali . e di molto esagerati. S' incontrano su la superficie delle terre tanti accidenti non considei'ati , e tante varietà non calcolate ovvero che sfuggono al calcolatore , che ci fanno difidar delle basi , e de' principi , a cui si ap- poggiano le conseguenze, o la stima dedottasi da cosi fatte operazioni. Tanto più sarebbe del tutto an-ischiato, ed arbitrario pretendere di dedurre dalla misura delle miglia quadrate la popolazione dell' antica Italia per le tanto variate circostanze di ogni maniera. Per esempio a quella età 1' in oggi coltissima Toscana era ancora ingombra di molle selve in verso Fiesole , Cortona , ed Arezzo , oltre la vasta selva Ciminia , e altra in verso Chiusi , e sin ne' dintorni di Perugia , e non poco selvosi erano tuttavia i territorj di Volterra , di Popu- lonia , e Siena , come si raccoglie dagli antichi , ancora- ché fosse dessa una delle più colte province d' Italia. Noi qui procediamo su di fatti , e di principi più. sicuri, che la storia ci ha fornito, siccome sono i sud- divisati in questa memoria. Se all' epoca , di cui si ra- giona , r Italia circoscritta ne' mentovati confini aveva una popolazione , che nel totale non arrivava a quattro milioni di persone, era meno popolata di quello com- portava r ampiezza e naturai fertilità di sue terre. Non dubito lo fosse molto più , innanzichò 1' ambizione di Roma ingoiandosi mano a mano i vicini, avesse cotanto desolato quelle province. Io dico ciò senza adottare le

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soverchie esagerazioni degli antichi scrìftori, i quali non badarono punto , eh' all' immensa popolazion da loro presupposta saria mancata la terra per sostenerla , e per nutrirla. Erano in quelle rimole età più stermina- trici le guerre , e più frequenti , ostinate e crudeli le fazioni in ogni governo, ma cotesti mali non contrap- pcsano i vantaggi , che ne derivano ai popoli dalla quasi eguaglianza di fortune tra i particolari, dalla sem- plicità de'costumi , frugalità loro, e dalla poca estensione d'ogni Repubblica , dal niun lusso , e dalla sola coltura delle arti più necessarie , le quali cose oltre modo fa- voriscono la popolazione. Talchò quantunque la popo- lazion moderna delle province , che formavano la sopra circoscritta Italia , si computasse in sul fine dell' ora passato secolo oltre li cinque milioni di persone, ai quali potrebbesi forse ancora detrarre qualche centinaio di migliaia , sarebbe in circa di una quinta superiore a quella dell'età, di cui favelliamo, non ostante la tanto accresciuta nostra industria, e coltura de' terreni , e la lunghissima pace godutasi da quelle province.

Ragguagliata ogni cosa , la sopradescritta Italia for- mava appena due ciuinte di quello forma oggidì la rimanente , la qual potrebbesi in ordine a quei tempi ridividere in Liguria , e Gallia Cisalpina non sola- mente per la fisica condizion sua , ma altresì perchè r una era tuttavolta insieme alla Venezia dai naturali occupata primi popoli Italiani , e l'altra dai nuovi tias- migrati dalle Gallie , ancoraché di poi 1' uso abbia

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accomunato ad entrambe il nome di Gallia Cisalpina. ISlon ostante 1' estension sua maggiore , parmi fosse dessa in proporzione meno popolata della Italia allora propriamente detta , e certamente un po' meno eslesa inverso levante , o 1' Adriatico di quello sia oggidì. Aggiuntivi i tratti paludosi delle pianure Lombarde all' epoca , di cui si parla , e considerati i solo luoghi iibitabili , non era dessa nemmcn superiore di una in- tera quinta all' Italia suddetta.

Rispetto alla minor lunghezza della Gallia Cisalpina d' allora , non farò caso delle isole elee! ridi situale da alcuni antichi scrittori rimpetto alla bocca dell' Eri- dano , e a molte miglia distanti da quella , giacché s' elle per avventura sussistettero una volta , erano già affogate in mare, ovvero al continente unite al tempo, di cui si discorre. Ma egli è notissimo , che la rena , e il limo traghettato dal Po , e dai fiumi laterali discorrenti per le grasse pianure Lombarde rialzarono i loro alvei , e quello del Po singolarmente, e versandosi nel lateral piano più basso , si scavarono novi letti, che dijioi rialzati ancor essi in su lo sboccar nel mare riunironsi all'antico, formandovi -delle isolette intermedie, che mano a mano raggiuntesi insieme pro- lungarono il continente. Il Po si ridusse in più letti , lasciando delle lagune tra le sue bocche , e il mare , e quelle riempiute di limo , e formandone altre più ha prolungato di novo la sua linea. Son noti i diversi luoghi ancora a tempi di Augusto , e dappoi bagnati

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dall' Adriatico , e posti ora a più miglia addentro terra, ed è noto altresì lunghesso il tratto di paese alla destra dell' odierno ramo del Po detto di Primaro , che ì fiumi tra il piccol Reno infino a Ravenna disboccavano anticamente in mare.

Alla minor lunghezza di questa contrada al tempo della guerra Gallica Cisalpina vuoisi aggiugnere per conto della minor popolazione d' allora il vasto tratto di terren paludoso , cui Annibale con tanto disagio vai'cò in quattro giorni e tre notti , innanzi poter salir r Apennino , e trapassar in Toscana. Malgrado che Polibio assai chiaro metta le paludi di qua di esso monte, non vi è mancato chi volle trasportarle di , ed al- lagarvi il piano alla destra dell' Arno , e quello di Fiesole , o il Valdarno di sopra, come insin dal secolo XVI piacque infra altri all' elegante Pier Vettori , poi a Cluverio , Dcmstero , ec. Un moderno erudito, cui altri aj^pl'iiidirono , trapiantò quelle paludi di del Panaro, e v' innondò tutto il Bolognese infino a Faenza» attribuendole agli allagamenti del piccol Reno. Non farò già io un gran torto a c{uella provincia ben popolata allora dai Galli Boi , i quali poco prima bas- tarono a rintuzzare, battere un gi-osso esercito de' loro antichi compatrioti trasalpini sospettati di essere calati giìi col pretesto di venir loro in aiuto , onde poscia dislogare i Boi medesimi , ed occupar le lor terre. E maraviglia siasi immaginato di trapiantar colà le mento- vate paludi dopo le diligenti e così divulgate osserva-

3s DELLA POPOLAZIONE D ITALIA , EC.

zioni intorno al Reno di Bologna nel libro del Ramazini su le sorgenti del Modenese cap. iv ripetute dal Gu- glielinini nel famoso suo libro de' fiumi , e illustrate dal non men valente matematico e poeta Eustachio Man- fredi , i quali lian dimostrato , che dalle radici de' colli ìnfìno al Po , cioè pel tratto in circa di sedici miglia geografiche il piano Bolognese e il Reno hanno di pendio i.i3 piedi , once 7 , il che btsta ad impedir paludi, che vogliono piani orizzontali , e concavi un poco. Che il Reno ciò non ostante oggidì impaludi verso Ferrara , accade per la cagione accennata più sopra di avere il Po già da lungo tempo prolungala la sua linea infino a Primaro , ed innalzato il suo letto di i5 piedi, once 5, dimodoché il Reno non può più salire come innanzi ad imboccar nel Po , e la sua linea è tanto più ireve. Le sue lagune orizzontali una volta all' Adiiatico ne ricevevano il flusso non solo ancora a' tempi di Strabone , ma di Procopio , e di altri posteriori scrit- tori e monumenti.

Deonsi le paludi valicate da Annibale ricercar più di qua tra il Crostolo , e la Trebbia, e perciò ivi i Galli Anani non sono stati mai po2:)olosi. Si è da Parma per Lucca , che d'indi Annibale passò in Toscana, ed avea rincontrato nel Piacentino e Parmigiano le paludi, e voragini , come Livio le chiama , le quali erano per avventura in guisa di fitte , come noi le diciamo dal ficcarvisi ch'uno fa dentro, e rimanervi quasi preso ed inceppato. Ad asciugarle molta e lunga opera vi

DI JACOPO DURANDI. 33

hanno speso ì Romani dopo dedottavi la colonia di Piacenza. Nel resto essi non impararono già da Anni- bale quella strada per Lucca e Paima : 1' avea pochi anni innanzi tenuta il console Lucio P'milio , allorché sconfitti i Galli Cisalpini e Trasalpini loro alleati fra Telamone , e Pisa , passarono la prima volta i Romani nella Gallia circoin padana.

Al sinistro lato del Po , o sia tra esso e le alpi il suo rialzamento , e la prolungata sua linea accrebbe ugualmente de' terreni presso alla sua foce , e l' imita- rono r Adige, .tj gli altri fiumi. IMa cotesti novi acquisti non ancora molto notevoli all' epoca , di cui si ragiona, e se non dopo lunghissimo tempo non augumentarono la popolazione, che allora non potea non essere scarsa nella Gallia traspadana. Basta considerare la fisica costruzione di esso paese fiancheggiato dall'alpi, che vi gettano grossi fiumi e torrenti , i quali attraversano e tagliano la vasta e grassa pianura pendente verso il Po , e alla quale soprastano larghi laghi , e 1' altezza , cui giungono le piene di sopra al livello di quella , per convincerci ch'era anticamente in gran parte al- lagata , come il sarebbe di novo tra non molti anni di negligenza. Ora è notissima l invasione de' Galli poi detti Insubri, Cenoraani etc. alcuni secoli prima dell'epoca della guerra , gallica , i quali se probabil- mente vi ritrovarono di già minor copia di stagni per la cura degli Etrusci , eh' essi vi cacciarono , però ancora sprezzatpx-i per la piti parte dell' agricoltura ,

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f^ DELLA POPOLAZIO^^: d' ITALIA , EC.

soliti a menar vita pastorale , abitar poggi , e Inoglii elevati , e a non respirar che guerre e prede , vi la- sciarono una parte dei piano rimanersi sommersa , ed ivi pur i Romani ebbero dipoi a durar fatica a pro- curar lo scolo delle acque , e ad aprir la comunicazione tra le bocche dell' Adige , del Tartaro , del Po , e altri fiumi. Le selve parimente occupavano buona por- zion delle terre anche più che nella Toscana , e a questa più estesa parte di Lombardia principalmente vuoisi riferire ciò, che narra Polibio Uè. 2 della quan- tità grande di porci, che popolavano la Gallia Cisal- pina, e del buon mercato de' viveri, le quali cose non indicano fossero numerosi gli abitatori almeno delle pianure.

La positura della Liguria la rendea meno soggetta ai mentovati disastri, cioè la montana e litorale, che allora prendea dalla Toscana oltre il fiume della Magra inGno qU' alpe marittima , od alla moderna Turbia , era però a que' tempi anch' essa ingombra di terre sel- vose e incólte anche non lunge dalle spiagge. Si sa, che riusciva più difficile a' Romani rincontrar quei Li- guri che batterli. Quelle grandi selve dai confini della Toscana medesima distendeansi infino alle alpi marit- time , siccome narra Vopisco nella vita di Aureliano , e a' tempi di questo imperadore , il qual disegnava cora* perarle dai possessori, e piantarle di viti, per fornir vino al popolo di Roma senza carico del fisco. L'altra Liguria che diremo piana , più fertile , e larga disten-

DI JACOPO DURANDl. 35

deasi da le alpi, gli Apcnnini, e i fiumi dell' Orco, e della Trebbia: non era certo meno ingombrata di boschi, e tratto tratto di pantani ancoraché molto meno estesi che nelle inferiori contrade dei Galli. Non abbiam vcrun censo dell' antica popolazione della Li- guria , della Gallia circompadana , non perchè noa se ne sia fatto ninno almen sotto gì' Imperadori Ro- mani, ma perchè non ci furono tramandati. Plinio lib. 7 , cap. 47 ne fa cenno di uno , ma poi si con- tentò di annoverar solamente molti uomini di lunga vita di Parma , Piacenza , e di altre città , i quali eraa descritti in quel censo.

Io tengo bensì per sicuro fossero molto più popo- late le valli dell' alpi per la naturai loro positura , e vieppiù perchè la maggior parte degli Alpini popoli era stata sottomessa all' imperio solamente sotto Ottaviano Augusto. Se noi volessimo arrischiarci di argomentare dal particolare al generale di tutte esse valli, come non pochi usano in cosi fatte cose , anche senza prova nessuna di parità di circostanze , come vi sono a un dipresso nell' esempio , che mi fo a recare , la pro- posizione mia sarebbe quasi dimostrata. Cotesto esem- pio è altresì nostrale , cioè quello de' mentovati Salassi, i quali abitavano 1' innanzi ducea e valle di Aosta. Osservammo , che i venduti all' asta pubblica monta- vano a 36ooo , e che gli estinti nelle precedenti zuffe, e comechessia scampati, possono computarsi in circa a 4ooo. Dalle notizie eh' io vi i-accolsi nel 17 So tutta

?(> DELLA POPOLAZIONE D' ITALIA , EC.

la popolazione di quella gran valle eccedeva di poco 32000 persone. Ma delle cause nalurali agiscono del continuo, e tendono ad istej-Ilire ed impoveiir le valli sottoposte alle grandi alpi : e malgrado fossero elle anticamente meglio popolate della pianura , non ces- serò di credere, che la popolazione della Liguria , e Gallia cisalpina al tempo , di cui si ragionò , non su- perava quella dell' Italia suddetta; e prese ambedue in- sieme, cioè tutta la naturale antica Italia , era dessa almeno' di un terzo meu popolosa dell' Italia modernai verso il fine del diciottesimo secolo.

3? RICERCHE

Sopra l' età', in cui la sede*, e il culto delle muse SI trasportò dal monte olimpo in su quelli del

PARNASO , dell' ELICONA , PINDO , EC. : VERA EPOCA DELLA CIVILIZZAZIONE , E PRIMA COLTURA LETTERARIA DELLA GRECIA ANTICA.

DI JACOPO DURANDI.

Leila il I febbrajo 1809.

ridurre i Greci ancora selva tichi ad abitar in vil- laggi , a coltivar i deserti campi , ad erudirsi di nuove superstizioni , e d' incogniti nomi di bizzarre deità , e di un alfabeto qualunque , o primo elemento delle lettere avean forse bastato gli stranieri colà immigrati dall' Oriente ; ma a raddolcire i feroci loro costumi , a destare e muovere la vivace lor fantasia, a civilizzarli del tutto, ed inspirar loro l'entusiasmo delle virtù sociali vi vollero la musica , e la poesia, in somma i piaceri dell' immaginazione. Nulla quasi di cotal merce, ■e della musica singolarmente poteano tragittarvi o Fenicj , od Egiziani, uomini austeri e poco sensibili.

38 SOPRA LA SEDE, E IL CULTO DELLE MUSE, EC,

e le cui liugiie , come le altre lingue d' Oriente per dissonante ruvidezza , e per difetto di vocali aspere troppo , ed inflessibili costringono a guardar piuttosto alla quantitò , che non alla qualità de' suoni. Talché loro musica non potea non essere assai più di stiepito che di melodia. L' una e 1' altra di queste allora indivise deliziose arti quasi affatto dipendenti dal carattere , e dal linguaggio delle nazioni , dovean nascere e perfe- zionarsi tra i Greci medesimi , non altiamente che per la ragione stessa di linguaggio , e di carattere al ri- nascere delle lettere ed arti risursero elle tra gì' Italiani, che sono stati i moderni Greci dell' Europa. In quei rimotissimi tempi desse eran nate in un lato di quella contrada , il qual risguardavasi tutta volta come fuori della Grecia. I prinìi poeti , che incominciarono aver fama , coincidono a un di presso colf epoca della spe- dizione degli Argonauti. Itì qtrel lata istesso di paese vi nacque parimente il novello nome di Muse, e pro- verò , che il loro culto tardò ancora moltissimi anni a trapassare e propagarsi nella Grecia propriamente allor cosi detta, e quindi su i monti del Parnaso , Elicona , (ed altri. Nel che mi fo qui a conere un buon tratto 'contro alla corrente , e per un cammino non ancora battuto. Con tutto ciò non intendo io entrare in lunghi xagionamenti , e in lunghe discussioni , e critiche. Non tocchei'ò che le più rilevanti, sebben le contrarie opi- nioni mi si faranno incontro quasi a ciascun passo , e nun potrò dispensarmi affatto di rintuzzarne alcune.

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S- I.

Delia patria , ed origine (Ielle Muse , e delle prime loro statue.

Il ciilfo delle Muse , epoca imporfante della vera civilizzazione della Grecia propria , s' appartenne alla più tarda , e giù di straniere superstizioni mescolata religione de' Greci. Su di queste mano a mano vennero essi innestandone anco delle nuove , e neppur conser- varono alle estranee adottate deità tutti gli attributi medesimi , e le fonzioni , eh' elle avevano ne' paesi ^ donde eran venute. La tradizione e gì' inni mantennei-o per la massima parte quel ridente sistema di religione, che di poi Omero , ed Esiodo ci tramandarono ; il primo insegnando a' Greci altrettanto la religion po- polare , che la loro istoria , 1' altro più di proposito descrivendo alla maniera de' barbari le generazioni degl' Iddii. Erodoto lib. 2 cap. 52 tien per sicuro sieno stati amendue i veri autori di quel sistema religioso raccolto dalle tradizioni sparse tra i differenti popoli Greci non sempre tra loro concordi in tutte le cir^ costanze, ed amendue abbiano determinato e raccon- ciato ie genealogie, i nomi, e sopranomi, i gradi, e le fonzioni di ciascun Nume.

Questa testimonianza parmi bastar di per se sola s rifutar r opioione di Pausania lib. 9, cap. 3i , il qual

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inclinava a togliere ad Esiodo il poema della T( ogonia, fondandosi su la credulità de' Beozj abitatori delle ra- dici dell' Elicona , i quali gli attribuivano solamente quello delle opei-e e de' giorni , toltane però l' invoca- zione alle Muse. Erodoto era altresì persuaso , die i poeti presupposti più antichi di Omero , e di Esiodo fossero tutti a rincontro posteriori d' assai. Intende egli parlar di c[ue' poeti , de' quali di già correano a' suoi giorni nel volgo le mentite opere , e non de' cantori , che dapprima usavano per le borgate e nelle case de* grandi , de' quali Omero istesso favellò , e perciò non ignoti ad Erodoto , come da alcuni moderni eruditi ne venne tacciato. Certamente molto prima di Omero vi sono stati de' cantori , o citaredi , o poeti in tutte 3e nazioni , eh' ebbero qualche idea di civilità , e reli- gione. Senza verun uso di lettere, o non ancora troppo comune han dovuto gli uomini strigner ne' versi le poche e semplici loro leggi, e i fatti loro più memo- rabili , mezzo unico allora , ed il più facile per tenerli a memoria , e tramandai-li a' posteri.

Se gì' Iddii principali come Giove , Crono , o Sa- turno , Apollo medesimo , Bacco , Nettuno , e Pan si verificano traportati d' oriente in Grecia , benché le native mostruose loro figure non siansi dai Gieci adottate mai , non così furono stranieri tanti minori Dei per lo più allegorici , e simbolici cresciuti in pro- gresso di tempo insino all' infinito. Di quest' ordine furono le Muse nate in una regione appiè' dell' Olimpo

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appellata Piciia notì per anco allor compresa nella Grecia propria. Non vi lia su di questa loro ori- gine quistione ninna fra i dotti , sebben non tutti abbian saputo determinare , e circoscrivere quella re- gione. Altresì è certo , che il nome stesso di Musa comparisce per la prima volta ne' poemi di Omero, e di Esiodo , poiché non ve n' ha de' più antichi. Anzi il primo nel secondo della IHade racconta la gai-a delle Muse stesse con Tamiri di Tracia. Sarebbe questo nome tanto più antico , se si dovesse derivar da Mosè , o dagli Egizj , siccome alcuni aifastellando erudizioni , e dottamente vaneggiando fantasticarono. E il vero, che Diodoro Sicihano liò. i, cap. 9, e lib. ^, cap. /^ narra, che Osiride ne' suoi viaggi menò seco sotto la condotta di Apolline di lui fratello de' musici assai , ed insieme Dove donzelle cantatrici instrutte in ogni beli' arte , delle quali ne fecer<j i Greci le nove Muse. L' etimologia, eh' ei ne tira dall' interpretar i misteri ( «itì tow /xvJ'iv voìK avTfùTovf ) è un giuochetto di parole non meno vano della novella suddetta del musicale corteggio di Osiride. Platone avea molto prima accennato derivar quel nome ivi) rtv /jLarrm , ovvcro ij.w7ra,i , donde il dorico |UM<r« , quasi ricercatrice. Sono meno felici le altre sue spiegazioni , eh' ei ci dia nel Cratilo interpretando i nomi degli Iddii.

A smentir la storiella intorno all' origine delle Muse narrata da Diodoro , e da parecchi antichi e moderni adottata , bastava avvertire , che in principio il numero

r

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delle Muse era ristretto a tre , insin eli' elle furon cre- dute abitar soltanto in su 1' Olimpo , ed augumentò dappoich' elle vennero traslocate nella Grecia propria, e in proporzione delle loro conquiste , e de' novi loro domiuj , voglio dire de' progressi de' Greci nelle lettere ed arti ; il che fu posteriore di troppo all' età di Osiride, e per molti anni anco a quella di Omero medesimo , come verrò osservando. Io tengo anzi per sicuro , che gli Egiziani impararono dai Greci la favola delle Muse, come altre assai massimamente a' tempi dei Tolomei loro Pte , e per boria di esser creduti ci'eatori in ogni cosa , siccome la nazione la più antica e colta se l' at- tribuirono. U' altro canto assai de' Greci per arrogarsi maggiore antichità , e più di credito alle cose loro, divulgai'ono così fatti sogni. Cotali sogni e' non po- tevano derivar da un paese , in cui eran del tutto ignoti e stranieri il nome di Muse , non meno che gli attributi assegnati molto più tardi alle medesime. Esiodo di giù annovera le nove Muse come tutte recate da' Pierj nella Beozia ; elle però si rimasero pressoché ignude ancora per alcun secolo dopo di lui , ovvero prive de' peculiari e precisi loro uffizi , ed abiti , per- chè mancavano tuttavia alcuni suggetti delle fonzioni loro , sendo state a quella età più rare e scarse le co- gnizioni nella Grecia propria. A' pittoiù , e scultori greci voglionsi attribuire i segni , e gli abiti , eh' indi a ciascuna delle Muse furono dati. Delle prime tre vedeansi le statue su per 1' Elicona , e alquanto più

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dz sopra v' eran quelle delle tre altre, e tutte sei furori opera di Gefisodoto , il qiial viveva a' tempi di Solone. Altreltante n' avea pure scolpite Slrangilione, ma delle ultime tre fu autore Olimpiostene , come abbiam da Pausania lib. Q,cap. 3o. Di modo che non cominciarono distinguersi le Muse co' loro segni , e peculiari forme se non nel sesto secolo prima dell era volgare , e tra tutte nove rappresentavano le cognizioni eh' erano a c[ue' tempi dai Greci meglio coltivate o vieppiù in onore. possiam dire , che le summenzionate fossero le pri- me statue consegrate alle Muse , ma piuttosto le mi- gliori , che insiuo allora si fossero scolpite , e perciò per più secoli furono conservate.

Non diniegherò , che le arti nacquera molto più tardi in Grecia , che in Egitto , ma dinieghei'ò a Dio- doro , e a quegli altri antichi , e moderni , i quali vollero tirar dall' Egitto ogni cosa , che la scoltura , e pittura , e gli abiti , e le forme , onde i Greci dap- piima vestirono le lor deità , e le istesse INIuse , non sian nati tra i Greci medesimi. Erano, è vero, siccome rapporta Pausania lìb. VII , e Vili , le figure delle prime trenta lor deità non altro che trenta rozze pietre senza umana forma nessuna , e tali furono disco- perte nella città di Fera in Arcadia , e altresì rozze pietre a guisa di colonne erano a Sicione il loro Giove Milicho , e altrove la Diana d' Icaro , la Giunone di Tespi ec. ; ma non rappresentavansi in altra maniera i Genj , o Numi de' nostri antichi Umbri , e Liguri ,

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e di tutta la generazione de' Celti , i quali ebbero mai nulla a che far cogli Egiziani. Per diletto d'invenzione, o piuttosto per superstizion nazionale non migliorarono i nostri mai coteste loro informi figure , in vece che i vivacissimi Greci in cima alle loro incominciarono a mettervi delle teste, primo abbozzo della figura umana. Se questa invenzione non fu originale , poicli' era dessa di già antica in oriente , nemmen si può asserire l' ab- biano i Greci imitata , e non piuttosto ideata da loro stessi in vista di tanta sua semplicità. Parimente i primi saggi delle loro statue non furon altro che linee diritte, appunto come quelle degli Egiziani , gli occhi delle teste allungati in una superficie piana , e socchiusi , le braccia pendenti , e incollate ai fianchi , le gambe ap- jiena separate 1' una dall' altra per un taglio longitudi- nale, ritte tutte, senza mossa, ed azione, come già molto prima scolpivansi in Egitto , il cui ingresso era però in que' tempi interdetto a' forestieri. Direm noi , che gli avventurieri venuti di in Grecia si recaron seco alcune di quelle statue, e non piuttosto che cotali informi figure sono state in ogni luogo i primi abbozzi dell' arte suggeriti dalla natura istessa 'i* A cosi credere mi persuade l'avanzamento, che da quelle mute informi sembianze mano a mano ha fatto il genio creatore de' Greci sino alla perfezione dell' arie , mentre si rima- sero gli Egizi nella prima stupida loro maniera.

Se quindi a paragone della poesia e del canto , o della musica cominciarono molto tardi nella Grecia

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propria , e alquanto meno tardi fra i Greci Ionici dell' Asia minore a comparire statue e pitture ben disegnate , si è percliò i progressi di queste due ma- ravigliose arti sono stati sempre , e debbon essere molto più lenti , abbisognando elle di maggiori stru- menti, di ossei'vazioni, e studj , e perchè I opera della mano è meno pronta ed obbediente , e meno docile della fantasia , della parola, della modulazion della voce» e del suono istesso. La poesia, e il canto paiono come inspirati dalla natura medesima , e dall' energia delle nostre passioni agli uomini stessi ancora barbari, o selvaggi. Al poeta la schietta vivezza delle immagini , e la venustà de' versi per la proprietà delle parole , che sono come i colori in man del pittore, e al musico la giusta intonatura , e il buon maneggio della voce , o degli strumenti armonici al suonatore costano meno di opera , che il corretto disegno allo scultore e pittore; e r esatta simmetria in ogni cosa , affiu di persuadere r occhio.

Non parlerò di coloi'o , i quali o per vanità di men- dicar origini pili antiche e illustri , o per certa gelosia ed invidia, che passa e trasfondesi dagl'individui alle nazioni , immaginarono , che se non dagli Egiziani , pigliarono per avventui-a i Greci i modelli delle statue loro dai Fenicj. Mi fa maraviglia di trovar fra quelli, cui piacque così opinare , l' istesso giudizioso , e delle arti del disegno presso gli antichi studiosissimo Win- kelraann ( lib. i cap. 5 ). Mi contenterò domandar a.

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costoro , quali sieno i Lassi rilievi , e le statue fenicie vedutesi, o rammentate mai nelle antiche, o moderne età?' Concludiamo, che non potevano imparare i Greci le belle arti da chi appena le conobbe , ma eglino stessi le crearono , come avean creato le Muse fatte signore di quelle. Certo insin il nome di Musa nacque nel paese istesso dove le medesime figuraronsi nate, cioè nella Pieria suddetta, come simbolo, e voce arbi- traria di una cosa , che non sapeasi ancora altramente spiegare. Venne cotesto simbolo personificandosi di mano in mano, come pur fecesi delle Grazie, delle Parche , e simili , sendo stata in quelle remote età familiare e frequentissima 1' allegoria, Parmi cotesta origine tanto più vei-a , perchè infino a' tempi di Omero , ed anco per molti anni dappoi il creduto domicilio delle Muse presupponevasi unicamente su per r Olimpo , che la Pieria divide dalla Tessaglia , e sede parimente comune a tutti gì' Iddii. Omero perciò con nessun altro titolo mai fuori che di olimpiche disegnò le Muse , che a' suoi giorni non eran che tre, senza fonzioni , e caratteri ben distinti e propri , ovvero ancora ignude.

Questa circostanza dedotta dal luogo stesso , dove quelle credeansi nate, e vi risiedeano, parmi decisiva. Io so bene , che alcuni dotti , e in ultimo tra essi il celebre signor Heyne , il qual sopra la religione , ed origini delle Muse scrisse una breve memoria inserita nel volume VUI della società di Scienze e Lettere di

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Gottinga , pretendono , che nella Grecia vi corressero di già intorno al numero , e alla stanza delle Muse altre idee sconosciute ad Omero nato , e vissuto tra gV Ionici dell' Asia minore. Ma donde mai 1' appresero eglino? Non vi ha tra profani monumento ninno più antico de' poemi di Omero. Forse perchè Esiodo an- novera di già tutte e nove le Muse allogate sul patrio suo Elicona ? Era mestieri dimostrare fosse egli stato almen contemporaneo di Omero per escludere , che coteste idee non sieno nate dopo di Omero istesso o che questi non avesse conosciuto parte a parte tutta la Beozia , come di fatto la conobbe , e si vedrà nel de- corso. Quindi può dirsi del tutto ideale , ed arrischiata la supposizione del signor Heyne, e degli altri. Alcuni di loro si fanno insino a dubitare , che 1' Olimpo dt Omero sia quello , eh' è situato a' confini della Mace- donia e Tessaglia , tra i quali giacca la Pieria , e noa piuttosto quel di Bitinia , che pare dovesse esser più noto ad Omero. A dileguar cosi strana dubbietà , od a non lasciarla nascere , bastava eh' essi avessero badato alla corsa di Giunone nel XIV della Iliade dalla som- mità dell' Olimpo infino al Gargaro giogo del famoso monte Ida. Giunone immediatamente dall'Olimpo scende nella sottoposta Piciia, tocca alla contigua Emazia , o Macedonia , ai monti di Tracia , cioè a quelli , che circondano il golfo Termiaco , che a levante bagna la Pieria istessa , e oltre rigirano di , donde la Dea sale al monte Athos , che stende la sua ombra in fino

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all' isola di T^enno , da questa isola varca in Asia , e

monta sul Gargaro , dove sfavasi Giove a diporto.

Un così netto e preciso itinerario mi dispensa di dirne di piilj , ma non dall' avvertire ciò che sembrami, jion sia stato ben avvertito , cioè apparir seinjjre più dal divisato viaggio di Giunone , che la Tracia , e i Traci di Omero erano la Macedonia , la Pieria, i monti di coteste province , e gli altri contigui inBno alla Propontide , in somma i popoli posti immediatamente a' confini settentrionali della Grecia d'fiUora. La Tracia propria , o la moderna Romania era ancor pochissimo nota , e i suoi abitatori reputati affatto selvaggi , e fei'oci. I Traci, che avevano inviato colonie nella Frigia, furon di quelli già così detti Traci da Omero ; donde provenne nei riti del culto , ne' modi e stiumenti mu- sicali , nel linguaggio , e in più altre cose tanta ras- somiglianza de' Frigi co' Greci. Ma quella porzion di Tessali situati lunghesso il mare non furon noti ad Omero altramente che sotto il nome di Pelasgi, come appare verso il fine del secondo della Iliade , ove parla della città di Larissa , e gli altri tutti a' confini della Macedonia sotto quello di Traci.

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he favole àegli Dei dell' Olimpo., del Parnaso , Elicona, ec. furono religiose tulle e non immaginate per verun fenomeno apparso su di (quelle montagne.

Forse nella lingua di quegli antichissimi popoli il nome stesso di Olimpo era più comune ed appellativo per indicar una qualunque montagna di molto elevata, e perciò ve n'ha parecchie così dinominate in contrade differenti insin dalla prima antichità. Ma il privilegio di quello della Pieria d' essere stato trascelto a stanza di tutti gl'Iddii, e la prima che si fosse pur anco alle Muse assegnata , donde mai nacque egli ? La curiosità d' investigarne la cagione mosse parimente un valente fisico , voglio dire il signor de Mairan nel suo trattato dell' aurora boreale ad immaginare, che debbasi attri- buire all'apparizione di cotesto fenomeno stesso sempre rarissimo in tutti i paesi situati fra i trenta e i quaranta gradi di latitudine, ed ivi perciò tanto più maraviglioso. Vedutosi , com' ei presuppone , a spuntar su la cima della catena de' monti dell'Olimpo, vi abbia fatto nascer r idea della favola dell' Olimpo stesso , credutosi poi l ordinai-io soggiorno di Giove, e di tutti i Numi: coniettura brillante , che allucinò alcuni solenni Let- terati, e ne abbaglia tuttavia, e ne seduce altri. Il suo autore adduce anco in prova 1' autorità di Omero me-

G

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tlesimo, (la cui vien detto Luminoso V Olimpo, e quindi i Dei , che l'abitano, vianijeslarsi agli uomini in mezzo a splendidissima luce, come nel XIX della Odissea , do- poché di già nel VI avea descritto quel monte per lo stabile soggiorno degli Dei , non mai battuto dai venti, non innondato da pioggia , soprastar lontano dalle nevi, non annebbiato mai, o coperto di nubi, ma dominato da luminosa bianchezza risplendente nell' etere. Il che vien a dire , che Omero collocò la sede degli Dei su d' una invisibile immaginata cima dell' Olimpo di sopta la nostra atmosfera o sia ovi>av)>( ; ma ei pur si serve di questo stesso vocabolo per indicar le nubi , e la bassa l'egion dell' aria. Malgrado quella brillantissima superior magione degli Dei, Omero c'indicò sempre r Olimpo per quello , che desso è veramente , o sia jjer un' altissima montagna , e in più altri luoghi non osservati dal signor de Mairan vi distrusse afi'atto quel ■bagliore di luce , di che adornò l' ideata poetica stanza ■degli Dei, chiamando 1' Olimpo abbondanle di nevi continue, nevicosissimo , e con tali altri aggiunti, che confanno egualmente alle cime agghiacciate delle nostre alpi.

Inchna 1' istesso de Mairan ad accomunare 1' appa- rizione dell' aurora boreale ^ùl iParnaso , 1' Elicona, Pindo , ce. per origine della favola, che immaginò co- teste montagne particolarmente favorite, e abitate da Apollo, e dalle Muse. Credette egli per avventura , che coleste montagne sieno incassate nella catena me-

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desinia tlell Olimpo , acciò il fenomeno sia stato egual- mente disteso e visibile su tutte i" Ma il Parnaso , Pindo, r Elicona , ec. appartengonsi ad altre fra loro distanti catene, e rami di monti, e neppur tra di loro pa- rallele , con 1' Olimpo, Oltre a ciò vi ha un lun- ghissimo infervallo di anni tra la favola dell' Olimpo, e quella delle Muse su per Y altre menzionate mon- tagne , come farò veder in appresso. Ei dovrà adunque ripctei-e 1' istesso fenomeno a lunghi intervalli di tempo, e di luoghi , e supporre i volubili Greci sempre nella medesima disposizione d' intcrpretai-lo uniformemente. Nulla di meno non si spiegherebbe ciò , che però faria d'uopo spiegare, cioè a dire perchè le posteriori ap- parizioni dell' aurora boreale sul Parnaso , 1' Elicona , e Pindo abbian dovuto farvi ritirare o fuggir dall' Olimpo le TMuse solamente, per allogarsi di mano in mano su di queste altre montagne.

Non so , che siasi mai pensato a questa difficoltà , forse perchè si suppongono dal signor de Mairan, e suoi seguaci pressoché contemporanee le favole degl' Iddii dell' Olimpo , del Parnaso , Elicona , ec. , e se- condo gli eruditi, ei mitologi immaginate in un tempo lontanissimo, e indefinito, senzachè vi sia rimasa traccia per farne almen coniettui'a. E maraviglia , che neppur sappiano avvertire, che infino dalla origine della favola deir Olimpo sendosi popolata la sua cima e di Giove, e della sua corte e di tanti altri già per nome speci- ficati Dei, apparisce, che adunque nacque cotesta

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favola dopo lo stabilimento delle colonie orientali nella Grecia , perciocché innanzi non conosceano i Greci Giove, Apollo, vei-un altro nome de'loro Iddii , come ce n'assicura Erodoto lib. 2, cap. 62, 53. Coteste deità non furono adottate da' Greci se non lungo tempo dappoi le immigrazioni delle colonie suddette , come chiaro il mostrano assai fatti della greca mitologia allusivi alle gelosie , discordie , guerre , e controsti tra quelle deità medesime , le quali cose sono manifeste allegoiie delle gare de' loro pi-eti , e delle guerre dal popoli di Grecia lungamente sostenute innanzi di ri- cevere quegl' Iddii stranieri a discapito del primo loro culto nazionale. Quello di parecchi Dei minori , ed allegorici , come appunto delle Muse introdutte su r Olimpo per divertirvi Giove , è stato degli ultimi , e tardò più assai a propagarsi nella Grecia propria , benché poco distante d' indi nato tra uomini certa- mente più religiosi, pacifici, costumati, e perciò presi dall'entusiasmo delle virtù sociali, le quali non sapeano ancora allignare tra gli altri popoli di Grecia feroci , discordi , sediziosi , rapaci , divisi e dominati da rab- biosi partiti , e violenti , e pieni d' invidia. Coloro lon- tani da tanta rabbia e follia vennero poco a poco per le proprie virtù , e la magia del canto e de' versi ac- quistando fama d' inspirati , e crearono il vocabolo di Musa per ispiegar coteste nuove cose. I primi a di- vulgarle, e propagarle in Grecia sono stati Lino, Orfeo, Musco, Eumolpo, Tamiri , ec, tutti così detti Traci,

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o sia Plerj. Alcuni di essi intervennero alla spedizione degli Argonauti , la qual sei'vì loro di occasione acquistar fama, e promulgare, e far ricevere tra Greci i lor ritrovati: Laonde il nome, e la favola delle Muse collocate anch' esse in su 1' Olimpo coincide prossima- mente a due generazioni prima della guerra di Troia. L'essere state credute le Muse figliuole di Giove istesso, e di Mnemosine, o della memoria, e da questa parto- rite nella Pieria appiè dell' Olimpo , testifica viemmeglio la mentovata loro origine , e patria , dal cui nome elle di poi furon dette Pieridi.

L' origine della favola dell' Olimpo è stata quindi tutta religiosa e politica , altra saria bastato mai a sorprendere quei rozzi popoli , ed a persuaderli , e per- petuarne la finzione. Tanto meno 1' averia potuto il supposto fenomeno dell' aurora boreale , intorno a cui r autore di questa vaga coniettura non avvertì, che cotali fenomeni e meteore sono piene le antiche istorie, e furono il più sovente risguardati come di mal augurio, ed infausto , e non giovarono fuorichè talora in alcuni passcggieri casi a' preti, e a' politici per aggirar a loro senno il popolo , approfittando della sua ignoi-anza , e superstizione. Siccome la cima delf Olimpo soprasta a tutti gli altri monti della sua catena, e a tutti di quella contrada , e la credulità delle antiche nazioni ne ripu- tava sempre i più alti anco più degni di essere abitati dalle Deità, è naturale , che i Pierj , indi i Greci tutti preferissero a c£uest' uopo V Olimpo , la cui altezza

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estimavano somma , Lenchè la misura , che ce ne die- dero, corrisponda a poco più di mille tese parigine, e non superi che di cento tese in circa le cime più elevate del Parnaso , e dell' Elicona ; talché 1' Olimpo non saria che di uu altezza di secondo ordine in con- fronto delle principali alpi nostre Pennine , e Graie.

§. 3.

Ne ad apollo come signor del canto , e della cefra , e nemmeno alle Muse eransi per anco dedicati il Par- naso , Elicona, ec. a tempi di Omero.

Tanto meno si sarebbe dal signor de Mairan , e da chi adottò 1' ingegnosa sua ipotesi, estesa l' appari- zion dell' aurora boreale dall' Olimpo anche al Parnaso, Ehcona , e Pindo , per ispiegar la favola delle Muso in su quelli , se avessero avvertito , che a' tempi di Omero neppur 1' istesso Parnaso era creduto abitarsi dalle Muse, come fu creduto dappoi essere la loro sede più ordinaria , ancoraché molto prima nella città di Pilo , o sia Delfo in fianco a quel monte medesimo di già vi sussistesse il famoso oi-acolo di Apollo. Egli rispondeva a chi consultavalo su i suoi casi puramente come profeta , ed oracolo , e non come Dio del canto, e della lira. Perciò le Muse non ebbero mai che far nulla con 1' oracolo , col tempio di Delfo , e neppur col Parnaso insino allora.

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Bensì le Parche ( Mor^i*» ) eh' eran ben altro che le Muse, tencano una faida del Parnaso stesso, come dice Omero neh' inno sopra JMercurio »>. 54<) , e le chiama tre sorelle veloci al corso , asperse il capo di faiiua ])ianca , profetesse e abitatrici di casette in vai di Par- naso. Nelf inno medesimo ^. 449 ^^ ^""^ ^^ Apollo, che desso è compagno delle Bluse Olimpiche , le quali hanno cura del canto, delle danze, e del suono, ed amano il dolce risonar de' flauti. Elle adunque non aveano insino allora stanza nessuna particolare fuori delf Olimpo comune a tutti gli altri Dei. Cosi paiimente come signor del canto stavasi anco Apollo in su r Olimpo , donde scendea per altre sue faccende nella sottoposta Pieria, evi s'interteneva. Talché OmeiX) nel secondo della Iliade parlando delle cavalle di Euraelo le dice allemte da apollo /iella Pieria. Narra nello stesso libro la disfida di Tamiri di Tracia con le Muse pel canto, le quali il vinsero, e in pena 1' acciecarono. Egli nulla aggiugne di più , ma alcuni secoli dappoi la vanità de' Greci immaginò, e divulgò assai novelle in- torno a Tamiri , ed ai supposti suoi poemi , come può vedersi nel lungo articolo , che Gian Alberto Fabi-izio ne ha fatto nella, sua Biblioleca Greca, secondo le me- morie di Eraclide di Ponto riferite da Plutarco nel curiosissimo , e sovente oscuro suo dialogo sopra la musica.

Filemone di Delfo , che vien supposto abbia il primo introdutto i cori musicali nel tempio di Delfo, fu al-

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tresì creduto padre di Tamiri Trace , cioè na(o ne' contorni della Pieria , oppur di qua nella contigua Tes- saglia non conosciuta ancora per la massima sua parte sotto altro nome che di Tracia , siccome posta anch' essa al norte dcU'Acaia, Focide, e Beozia , e di tutto il paese, che formava 1" Elide, o la primitiva Grecia. Traci per- qiò si chiamano da Omero nel summenzionato viaggio di Giunone quei, che maneggiano i cai-ali i , come i Tessali ne furon sempre riputatissimi. Ma di poi com- presa la Tessaglia, non men che la Macedonia nella Grecia , gli scrittori senza guardar più ih. si fecero a cercar la Tracia di Omero molto più lunge a nord-est, cioè nella Tracia propria, e trasportarono- la patria di Tamiri chi fra gli Edonj su la sinistra del fiume Stri- mone, chi fra gli Odrisj tanto più di , come può vedersi appresso Svida, ed altri antichi, e moderni caduti nello stesso errore.

Non sarà dunque fuor di proposito avvertire, che un altra regione pur così detta Piei-ia trovavasi bea lontana per nord-est dalla prima, con la quale vien sovente dai moderni confusa, o del tutto ignorata , ovvero slogata , e traportata troppo più ad oriente del fiume Nesso , o Nesto nella Tracia propizia , come 'infra altri vedesi nella carta dell' antica Grecia dell' istesso celebre Delisle. Cotesta seconda Pieria giacea bensì tra i fiumi Strimone, e Nesto alle radici del Pangeo infino al mare, ivi perciò detto da Tucidide ìib. 2, golfo pierio, il quale altresì e' insegna , che quel

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popolo era venuto dalla Pieria propria , fuggendo il giogo de' Macedoni, il che a' suoi tempi non era cosa troppo antica. Il paese s'apparteneva alla Tracia propria, che terminava da ponente allo Strimene. I Macedoni la conquistarono più anni prima di Filippo padre del Magno Alessandro, e si dinominò i30Ì Macedonia ag- giunta. La Pieria propria , o sia presso i monti Olimpo, e Pierio venne finalmente anch' essa in potere de' Re di Macedonia , e quindi fu tanto più facile in appresso il confonderle. 1 due monti Olimpo e Pierio, pati-ia vei-a delle Muse, la divideano dalla Tessaglia , di modo che non solamente le opposte loro facce , ma talvolta gli interi monti medesimi si attribuivano quando all' una quando all' altra provincia. Cosi pure Tucidide istesso lib. W , assegnò alla Tessaglia singolarmente il monte Pierio , che Teofrasto nella storia delle piante lib. 3 cap. 5 sembra appena distinguere , e staccar dall' Olimpo , ancoraché propriamente il Pierio se ne scosti per più di sei miglia in verso ponente , pendendo molto più di sopra la Tessaglia. Omero collocò espres- samente r Olimpo nella Pieria propria, come fece nel!' inno ad Apollo v. 216, e in quello a Mercurio. Altresì i' accuratissimo Strabone nel decimo libro avea notato, che la Piei'ia , e V Olimpo , dove incominciarono a com- parire e fiorir le Muse , erano luoghi così pur detti altre volte di Tracia , non men che Pimpla, e Libetric, e i monti , che a' suoi giorni erano compresi nella Ma- cedonia.

r>8 SOPRA Ì.A SEDE, E IL CULTO DELLE MUSE, EC.

Ma non vuò io dissimulare, elio alcuni moclcrni , tra i quali ultimamente il mentovato signor Heyne, dubitano ( non saiis constai ) , che sieno di Omero gV inni , che corrono sotto il suo nome. ' Il dubbio noa può , dee cader indistinto su tutti gV inni , ed io non mi sono valso che dei due suddetti sopra Apollo. e Mercurio, che non si hanno a mettere in un fascio cogli altri. Galimaco istesso così antico buon poeta e buon critico attribuisce ad Omei'o 1' inno sopra Mer- curio , e Tucidide non dubitò punto attribuirgli quello ad Apollo , trasci'ivendone i versi , che noi leggiant tuttavia neir inno medesimo. Risparmio dopo questi due cosi solenni teslimonj di citarne altri , come Dio- doio Siculo , Pausania , ec. Io amo piuttosto suppori-e che sieno quelli sfuggiti al signor Heyne, e agli altri , che credere abbiano voluto a preferenza attenersi allo scrittore dello scoliaste di Pindaro sopra la seconda ode delle Neraee, cui piacque far autore Geneto di Scio dell' inno ad Apollo. E vero, che in quello diconsì essere nove le Muse , ed Omero non ne conoscea tante, sendo stato Esiodo il primo a darcene questo numero, e a l'agguagliarci delle particolari favole di ciascuna di loro. Non è da stupirsi abbia Omero ignorate le favole nate dopo di lui , ma gli si negherù 1' Odissea, perchè nel lib. XXIV, «•. 60 , vi si legge esser no^e le muse tuttel Qui certamente, ed altrettanto nelF inno sopra Apollo vi fu intruso quel numero dai Rapsodi , ed Omeridi , per conformarsi all' idea invalsa ne' loro

DI JACOPO DURANDI. Sg

tempi. Dubiterò bensi spettarsi ad Omero la Batro- comiomachia , tanto più per la maniera , con che in- comincia, pregando in grazia del novo suo canto il coro delle Muse a venirsene d' Elicona nel suo petto. Questa è certo fattura de' Rapsodi , i quali usavano alcune volte rappiccar degli esordj agli altrui poemi , come i Beozi pretendeano avessero fatto a quello di Esiodo delle opere e de' giorni.

A' tempi di Omero 1' Elicona non era per anco alle Muse consecrato , anzi neppur noto nella Beozia quel nome di montagna , ma ve lo portarono i Pier) mede- simi venuti ad abitar in quella regione , come Stra- bone avverti. Laonde il nome del monte coincide coli' introdottovi culto delle Muse. Così Omero nelf inno sopra Apollo descrivendo il costui viaggio dall' Olimpo di Pievia infino alla cittc\ di Pito , o Delfo ( 4 . 2 1 G a 246 ) ricorda i luoghi , e i siti intermedj , e Tebe , e i suoi boschi , e la sua pianura , e non il soprastante monte di poi detto Elicona. Perchè 1' averehbe egli trasandato, se avesse di già avuto il nome , e il culto eh' ebbe di poi ? Mi si levino pur contro tutti coloro , i quali han discorso di queste cose, ed opponganini , che il silenzio di Omero provi nulla , jjerch' egli co- nobbe quei soli luoghi , e favole , e tradizioni trapas- sate di Grecia cogl' Ionici nelf Asia minore , e niuna o pochissime di quelle particolari agli abitanti della Grecia , e Tracia suddetta , cagione questa , per cui non parlò dell' Elicona , Libetra , Ascra , Pindo , ec.

6o SOPRA LA SEDE, E IL CULTO DELLE MUSE, EC.

Quest'unico lor siitterfugio , e questa supposizione del tutto arbitraria , e gratuita vien abbastanza smentita , e distrutta da Omero medesimo per le tante minute notizie topografiche, eh' ei ci fornì di tutto quel paese da lui corso certamente e ben osservato , e per la copia delle popolari tradizioni d' ogni maniera, e degli usi , e costumi toccati , o descritti da lui. Talché per più secoli i suoi poemi furono a così dire gli archivj , a quali usavano ricorrere i Greci , ed anche gV istessì comuni in occasion di contesa de' limiti de' loro terri- tori , come lo attesta Platone nel Menone.

Ma nel particolare o della Focide , dove il Parnaso, o della Beozia , dove celebraronsi di poi 1' Elicona , e gli altri monti suddetti , forse non ne parlò Omero più volte, e di tante minute circostanze locali, e quasi di ciascuna terra , sicché appare chiaramente informa- tissimo d'ogni cosa? A convincersene viemmeglio basta scorrere nel secondo della Iliade la rassegna delle navi de" Greci, altramente detta appunto la Beozia ( i!. 4y4 i; scgg. ). Afhn di saperne tessere il lungo catalogo egli subito invoca le Muse, che abitano le case dell' Olimpo, e così pure ( e. 4'H» 49' ) Muse Olimpiche di novo le intitola. Se 1' Elicona , Libetrio , Pimpla , ec. si fossero insin d' allora così diuominati , e tenuti per soggiorno proprio di quelle , come avrebbe osato egli, senza far loro un manifesto insulto secondo i principj di sua religione, trasandar affatto coteste Deità locali, mentre faceasi a parlar di quei luoghi medesimi ? Final-

DI JACOPO DTJRANDT. 6l

mente erano dessi a lui così ben noti , che Strabone nella descrizion della Grecia , del Peloponeso , e di altre regioni seguitò Omero a preferenza di ogni altro.

Poidiè Omero non sol;unente instruttissimo delle mitologiche tradizioni de' Greci , e della più esatta co- rografia della Grecia antica non conobbe ancora verun altro monte alle Muse consacrato , e presupposto abi- tato da quelle fuori dell' Olimpo comune a tutte le altre gentilesche Deit;\ , pai-mi indubitato, che insino a' suoi giorni non ve ne furono altri , o sia che le Muse noa avevano ancora a quel tempo veruna particolare stanza, e propria. Oltre a ciò convien osservare , che quando s' incominciò dedicar a quelle nel particolare altri luo- ghi, e monti, e così pure a collocarle in sul Parnaso, andò quasi in disuso del tutto il primo loro titolo Olimpiche, e s' intitolarono mano a mano co' novelli nomi delle dedicate montagne. Così neppur Esiodo le appellò Ohmpiche , se non qiiando ebbe a nominarle in compagnia di Giove, e degli altri Dei dell'Olimpo dove recavansi talora, e stavano col canto divertendoli, e raccontando le genealogie degli stessi Dei , come si ha nella sua Teogonia v. gGS , e nel fine di essa-

ffa SOPRA LA 5EDE, E IL CULTO DELLE MUSE, EC.

§• 4-

Alcune ossenazionì sopra l'età di Omero, e di Esiodo.

Questa , eh' io sappia , non più fatta osservazione , e le altre cose suddivisate danno a divedere essere stato Esiodo assai posteriore ad Omero. Nel i-imanente non entrerò nella rancida contesa , intorno alla quale cotante vanissime cose si sono scritte insino a questi anni passati, per far comparire Esiodo più antico , od almen coetaneo di Omero. Nessuno perù ha posto mente a quello , che ho sinquì osservato , eh' era per altro giudicar , come conviensi , quei due primi poeti dagli atti stessi più sinceri del loro processo. Le notissime falsità , ed imposture immaginate insin ab antico a favore di Esiodo ancoraché abbiano ingannato alcuni tra gli antichi me- desimi , dimostrano , che il partito di Esiodo mancava di fondamento , poiché fu astretto ricoirere alle frodi. Tra coteste imposture io vi comprendo la manifesta a mio avviso alterazione nel libro 2 cap. 53 di Erodoto, ove sta scritto , che Omero , ed Esiodo fiorii'ono non pivi di quattrocento anni prima di lui. Coloro , che vollero ammendare , e leggere settecento, supponendo r altro numero un semplice error de' copisti , non ri- solvono la difficoltà , perciocché riraarrebbono tuttavia coetanei i due poeti. Io non credo scorretto in quel

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testo il numero degli anni quattrocento, quanti ne corsero in circa da Esiudo ad Erodoto, ma bensì tolto ad arte , oppure scaduto dal testo il numero degli anni tra Erodoto , ed Omero. Il costui famoso critico Aris- tarco , altri dotti dell' antichità avrebbono così fran- camente intraposto interi secoli tra Omero , ed Esiodo, come pure lui fatto Cicerone medesimo nel capo XV del suo libro della vecchiaia , se avessero creduto , che Erodoto gli avea Tutti coetanei.

Del resto alcuni moderni forse troppo leggiermente diniegano ad Erodoto lo scritto della vita di Omero , che va dietro ai libri della sua istoria , nel quale ap- parisce aver fiorito Omero in circa cento anni prima di Esiodo. La maniera tenuta in quello scritto per determinar questo punto di critica , risalendo d' una in altra epoca insino ad Omero, appalesa la diligenza, ed assicuranza dell' autore , il qual se non è l' istesso Erodoto , gli era almeno contemporaneo , poiché col suo computo si an-esta anch' egli al tragitto di Serse in Europa, cioè a non molti anni prima che Erodoto incominciasse a scrivei'e. La nascita di Omero nella vita suddetta vien a cader in un tempo , che corris- jDonde al declinar del secolo dodici innanzi 1' era vol- gare , onde il poeta invecchiato assai può esser vissuto sino all' anno io3o in circa innanzi quell' era. Se Esiodo fioriva 4oo anni prima di Erodoto , saria stato ancora in vita neir 870 , oppur morì in quel torno. Checché ne sia , la sua nascita non è anteriore alla metà del

6 A SOPRA LA SEDE, E IL CULTO DELLE MUSE,' EG.

decimo secolo priina J eli' era volgare. Mi converrebbe aoticiparla alquanto più , se guardando a quello egli ne dice nel suo poema delle opere e de' giorni circa il levar della stella di Arturo 60 giorni dopo il solstizio d'inverno, io dovessi piecisamcnte atteneimi ai calculi, che ne han fatto alcuni astronomi per dedurne il tempo. Però siccome nessun di loro concorda , e la differenza tra r un 1' altro è di , di 3o , di 20 anni , posso prendermi anch' io la libertà di abbassar ancora di al- cuni anni il più basso de' loro calcoli , per farlo coin- cidere con quello di Erodoto , che parmi una base più soda. mi s' imputi ciò a soverchia libertà , perchè il ritoado numero di quattro cento anni , di cui Ero- doto si servì , cioè a dire alquanto più o alquanto meno , mi autorizza ad accrescere oppur levar alcuni anni al suo computo istesso.

Ma lasciando in disparte 1' ossei'vazione sopra la stella di Arturo, di cui già tanti si valsero, non sembrami anco del tutto sicura quella delle Pleiadi, delie c|uali Esiodo nel secondo delle opere v. 564 ■• <iice rimanersi immerse ne' raggi solari quaranta giorni, ed altrettante notti , il che attenendoci al calcolo di Petavio nel se- condo libro della sua uranologia , salirebbe all' anno t)2o prima deh' era volgare. Non nego io possa questa osservazione essersi fatta alcjuanto prima di Esiodo , ma vuo' dire , che la precisione del mentovato calcolo di Petavio dipende da quella dell' osservazione fattasi. Ora chi ci assicura , che per trovar 1' intervallo tra

DI JACOrO DURANBI. C5

r apparire, e il disparir delle Pleiadi, di cui vuoisi prendere tutta intera la piccola loro costellazione , siasi saputo ben pigliar il momento , in cui disparve la 2:)rima stella, e l'apparir Eliaco dell'ultima, in cui r intiera costellazione emerse ? Non dirò già inutili le indicazioni , eh' Esiodo ci forni sul levare , e tra- montar delle stelle, ma dico non potersene cavar si- curo argomento , per regolar con esattezza la cronologia di que' tempi. Per altro è indubitato, che in quella astronomia rurale Esiodo fu d' assai più versato di Omero, nella cui età non conoscevansi questi feno- meni se non confusamente , e non ancora per la teoria della sfera , quantunque la patria di Omero fosse insia d' allora più colta della Beozia , dove Esiodo visse.

Questa, ed altre circostanze assai, clie si ricavano dai poemi di Omero, i quali d'altro canto sono pieni di costumi, di usanze, e di cose, che manifestano una età non tanto lontana da quella degli eroi , e tempi da lui descritti , mi persuadono della notabile sua an- zianità sopra di Esiodo, assai meglio di tutti gli altri argomenti già cotanto ripetuti. Per non entrar in più lunga discussione, intralascio di favellar del silenzio di Omero sul ritorno degli Eraclidi nel Peloponeso, che non so sia stato ancora ben disaminato , e sarebbe ar- gomento fosse quel i-itorno accaduto dopo l'età di lui. Infatti come supporre abbia voluto trasandare una così grande rivoluzione, egli che nel primo della Odissea f. 352, ci dice essere il più gradito, e celebi'ato dagli

66 SOPRA LA SEDE, E IL CULTO DELLE MUSE, EC.

uomini qner canto, che vel-sa su i latti più decenti , come appunto saria stato quello? Il che essendo, avria fiorito Omero appena un secolo dopo la presa di Troia. Talché parmi di poter affermare, che nell' intervallo tra la morte di Omero, e la nascita di 'Esiodo, o di- remo più prossimamente tra il io3o, e il 920 innan2à r era volgare , i Pieij , altramente detti Traci, introdus- sero prima sul Parnaso, indi su l'Elicona, e mano a mano su di altre di quelle montagne il culto delle Muse onorate innanzi solamente in su 1' Olimpo , che il loro paese divideva dalla Tessaglia. Non si pmV affatto nem- men questa provincia esclu d'ere dalla Tracia di Omero, e tanto meno dal lato , che confina e tocca all' Olirripo, la cui faccia meridionale le s' appartien tutta. Di modo che i Tessali erano anch' essi in pretensione sieno istati nativi del lor paese istesso, Lino , Orfeo , Tamiri , ec.» come di già Vossio osservò ( ad Melam lib. 2 , cap. 3 ). Ma se tra loro ne' tempi eroici fiorì alcuno di cotesti canfori, o pOeti, in appresso i Tessali degeneraron d' assai.

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§. 5.

Prima islituzione dell' oracolo di Delfo sul Parnaso : Cretesi suoi primieri ministri , a quali succedono ì Pierj , o Traci , altramente detti anco Iperborii , ed autori di un novo cerimoniale , e del primo cullo delle Muse su V istesso monte.

'■ La fama del Parnaso, e di Delfo già tanto prima di Omero sagri ad Apollo come oracolo , ed il fre- quente concorso de' Greci , e di altri popoli per con- sultarlo , agevolò viemmeglio a' Pierj 1' occasione di stabilirvi il culto delle Muse di già credute fami- liari e compagne di Apollo istesso in su 1' Olimpo. Con tal pretesto continuavagli ad un tempo il pregio del canto, de' versi, e della cetra , di cui non usava ancora valersene^ a Delfo , dove soltanto attendeva a rispondere ad altrui come profeta. Tolsero nulla de' primi suoi misteri divinatori, anzi a renderli più sorprendenti , scopertosi 1' antro di Delfo , per avventura innanzi ne- gletto , vi aggiunsero la Pizia , o profetessa , ed il fu- rore fatidico non ancora conosciuto a' tempi di Omero. Queste cose io dico fondandomi su la sincera origine dell' oi'acolo Delfico , che non si può altronde ricavare se non da Omero medesimo , a cui sono posteriori di tx-oppo le alti-e ciance e novelle immaginate da' Greci, £ affastellate di poi dagli eruditi con poco o niente

G8 SOPRA LA SEDE, E IL CULTO DELLE MUSE, EC.

di critica per tessere una qualunque istoria di quel famoso oracolo. Certuni 1' attribuiscono mano a mano a Temi , alla Terra , a Nettuno molto prima che ad Apollo •. Ma da questo istesso Nume, l'uno di quelli trasportati d' Egitto in Grecia , incominciò 1' oracolo. Appare dall'inno, che Omero gV intitolò, che primi a stabilire , e servir da ministri quel tempio ed ora- colo furono Cretesi imbevuti delle supeistizioni dell'" Egitto, col quale gic\ da lungo tempo innanzi avevano delle relazioni. Rimasero però molto sorpresi a veder r orridezza , la sterilità , e il deserto delle montagne , e delle adiacenze del Parnaso. E troppo degno di essere notato ciò, che Omero fa dire ad Apollo a conforto di quei Cretesi : tenete sempre pronto il coltello per sa^ grìficar le greggie , che la divozione de popoli manderà al tempio , ed aperte le mani a i icevere i doni abbon- danti, e i tributi di coloro , che verranno a consultar l' oracolo. Non solamente acerete voi di che viuere , ma da largheggiare^ malgrado le nude rocce, e la sterilità della contrada. Quanti mai oracoli e templi in ogni età , e setta religiosa non si fondarono su questa base medesima anche in luoghi dirupati ed infecondi , e fatto arricchiron pressoché tutti ! Nel nono della Iliade

* IIardion con miglior gusto , ed oircUne ne trattò in tre dissertazioni ( Memi de l'Acati, des inscript. , T. Ili) , ma non sempre con miglior critica. Il pre- t:nde anche più antico dell'oracolo di Dodona, il qiial fu anteriore all' arrivo delle orientali colonie in Grecia, poicliè dicesi fosse consultato circa il rice» vere gli Dei stranieri.

DI JACOPO DURANDI. 6*5

appare, che nel tempio della sassosa Pi/o, o Delfo, doi'e si fa preda di bovi , e grasse pecore , cioè dai mentovali niiuistri nlla maniera suddetta, serbavasi di già uu tesoi-o, seppur Omero non l'argomentò da quello, eh' eravi a' suoi giorni.

Questo solo fatto ben avvertito averebbe risparmiato la fatica , che durarono gli Eruditi a tirar 1' origine dell' oracolo Delfico tanto più dalla lungi e da favoleg- giamenti nati assai dopo il primo pittore delle antiche memorie e a non guardar , siccome fecero , per la terza epoca , e fondazion dell' oracolo quella di Apollo, la quale è stata la prima , ed unica , e a mio avviso non di molti anni anteriore alla guerra Troiana. Nel XIX della Odissea v. 3g^ , e 45i vi ha che Ulisse era stato morso da un cinghiale su pel Parnaso , ed Auto- lieo aveva ivi i suoi poderi , indizio , che il monte era incolto , e deserto , e le terre dattorno alle sue falde non ancora sacre ad Apollo , come il furono in pro- gresso di tempo , in cui venne accreditandosi 1' ora- colo. Ma principalmente si dee notare , che Omero non fa cenno nessuno dell' antro di Delfo , della Pizia , ij,è di furore fatidico in pronunziandosi gli oracoli ; tal- ché cotesto novo .costume fu posteriore a lui, e intro- dottovi da altri ministri succeduti a' Cretesi , e dopo la scoperta della buca sulfurea presso a quel tempio , buca pestifera come la grotta del Cane presso a Napoli. Diodoro Siciliano lib. XVI connette questa scoperta quasi con 1' origioe dell' oracolo Delfico eh' esisteva

fO SOPRA LA «EDE, E IL CULTO DELLE MUSE, EC.

tanto prima del discoperto antro, e dell' infrodutlo divinatorio furore. Questo novo costume, o cerimonia le ha per avventura di poi fatto credere , che allora solamente avesse quell' oracolo avuto il vero suo prin- cipio , dacché per accidente alcune capre avendo fic- cato il muso di sopra la Luca mefitica rimasero sba- lordite. La storiella delle capre può esser vera , e i novi ministri se ne giovarono, abusando così viemmeglio della ignoranza del popolo , ma cotal accidente avven- ne molto più tardi , e sotto di altri ministri non più Cretesi , o discepoli degli Egiziani , nelle cui religiose ibllie non ci entrava quella del sacro furore. Laonde converrà meglio rinvestigare chi si fossero dessi i novi ministri, dai quali incominciò.

Pausania nel decimo libro parlando dell' oracolo di Delfo , riferisce una tradizione , eh' ei dice antichissima, la qual tenea pe)r primi vati , e profeti dell' oracolo al- cuni Ipei'borii venuti per mare a stabilirsi sul Parnaso. Senza por mente a questo importante rapporto di Pausania, o senza saper vedervi a che fosse relativo e vi si colligasse , si sono immaginati insino a ora de' sistemi inconciliabili , e 1' uno più inverisimile , o più assurdo delf altro per rinvenir la patria degV Iperborii. Ma parmi di aver corso finora per un cotal novo Cam- mino che mi lusingo possa condurmi più diretta- mente a discoprirla. Si osservò più sopra essere d' ac- cordo antichi e moderni, che dalla Pieria presso lOlimpo trapassarono in Grecia , e sul Parnaso la poesia , il

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)eanto, le Muse, le nuove idee di religione, (Ji morale, e civilità , e tra cotesti Pieij aUramentc chiamati Traci, primi e più celebri vantavansi Orfeo, Lino, ec. I Frigi dell' Asia n>inore furono una colonia di cotesti Traci , od almeno fu comune la loro origine , altrettanto che il furono i riti loro, le ojjinionì , i principj del canto* e del suono, e le cose di rehgione, e alquanto meno il genio de' versi , o della poesia. Come e quand,o co- testa coltura di poesia , di musica , di religione , e ci-r yilifà sia cominciata tra i Pieij , oramai è imperscru— taliile. Gontentianci di essere certificati, che furono dessi i primi a propagarla nella Grecia propria , e primiera- mente nella Focide sul Parnaso , e nella . Beozia in su r Elicona. Brano dessi Eolici ideila stirpe di Eleno , tennero la Pieria , e la contigua Tessaglia , l' una e l'al- tra perciò prime "a farsi colte, ed il dialetto degli Eo- lici, cioè l'attico era già il più dolce, e sonoro, quando i Dorici erano ancora agresti. Non altri prima di quelli stabilironsi sul Parnaso cultori di Apollo citareda e musico, ed inspirante il divinatorio furore , e signore e protettor di ogni beli' arte per mezzo anco delle seguaci Muse nate pur nella Pieria stessa.

Laonde incominciamo a comprendere chi si fossero i così detti Ipei'borii per antichissima tradizione creduti i primi vaticinatori e poeti venuti ad abitar il Parnaso. Questo straniero sopranome dato a'Pierj è cotanto ge- nerico e vago , che non determina vcrun popolo par- ticolare , veruna precisa contrada esistente nel globo.

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•JZ SOPRA LA 5EDE, E IL CULTO DELLE MUSE, EC.

poiché viea a dinotar gente situata di lii donde soffia il vento settentrionale , o di Borea , ed è stato quindi altrettanto più proprio a far altrui licenziosamente fan- taslicare. Le favole intorno a' monti Rifci, ed Iperborii eransi accreditate, siccome osservò Strabone liò. VII, per r ignoranza de' Greci intorno alle contrade poste più al norte della Grecia, affermando egli clic nella sua istessa età quelle della Germania di dell' Elba erano tuttavia a' medesimi sconosciute. Ei ci pur a vedere , che nemmen credeva vi fosse stato mai un popolo particolaie col nome d' Iperborii. Fu questo certamente un sopranome dato sin ab antico ad un popolo Greco da chi per anco noi conosceva. Io verrò ora investigando da chi , a cui , perchè , e quando siasi dato.

I sistemi quasi tutti , anzi oserò dire le assurdità , e «ontraddizioni immaginate intorno alla patria di un po- polo, che non esistette mai sotto di un tal nome, o sia Iperborii , chi ne fosse curioso potrà vederli rac- colti da due dotti Accademici Parigini Gédoyn , e Ba- KiER *, i quali vi aggiunsero anche il proprio lor si- stema. Il primo li collocò ne' contorni della Circassia tra il Mar nero , e quello di Asoph , l'altro nella parte della Colchide , che si ravvicina al fiume Fasi , cioè a dire in un paese tristo, barbaro, lontano, e pressoché

M6m de l'Acad. des inscript, t. VIL

,r,T . Di JACOPO rURANDT. 73

«conósciuto dagli uomini i più gentili e colti d' allora, e faxniliaii., e perciò vicini , e di un linguaggio niede- siino co' Greci nativi. Sicché nulla aggiugnerò di più Qontrn r opinione de' mentovati Accademici. ;i,$en>L)rami il più ragionevole di tutti i cosi fatti sis- temi quello del famoso Fhebet l'uno de' più dotti e sagaci critici e cronologi del secolo diciottesimo. Egli ben; si avvide non doversi gV Iperborii allontanar co- tanto dall£( Grecia *, e li ricercò al nord-ouest di quella. <ì)s!serVò r che nella, divisione della Macedonia fatta da Paolp, Emilio in quattro parti , di cui Livio favellò lib. V|5 , •cap. 2C) , e 3o i la terza parte era dal monte Boras .separata dall' ultima più settentrionale , e con- finaqt? a fpofiente con T, Ilirico, onde volle dedurne j che gli abitanti di là. di' monte Boras si chiamassero appunto Iperborii. A questa ingegnosa non meno che semplicissima coniettura pai-mi vi resista il fatto , noa essendovi traccia nessuna di ciò , anzi gli abitatori di quella ultima part§ della Macedonia di di monte Boras avevano ben altri particolari nómi a' tempi di Paolo Emilio , e molto prima , nomi eziandio poco o nulla differenti dagl' lUirici medesimi. Altronde se nella Macedonia, oppur in quélf torno ci fossero stati de' così detti Iperborii , non sarebbono sempre sfuggiti alla notizia , de' Greci , i quali si fecero a ricercarli anco

* Vi^\. .ÙK^J^^iicaài àa inscript u XYIU, p|g.^20o. ,

♦4 SOPRA LA SEDE , E IL CULTO.^DELX'E MUSE, EC.

sotto il polo, e di là, insin' dai quandp^ 8* dlicominclò! sentir quel nome cosi vago, e prapiio'Ja fair altrui farneticare. i/ììttn .i<>

Ma dirsi in genere abrtat' dii là'diarnoH^e Borasisl può "anche prender in senso più largo, o vieppiù in verso ri settentrione, e ci accosteremo al Danubio in mezzo ad altre razze i di barbari , quando però cotesti Iper- borii appaiono essere stati a quel tempo i più colti de^ Greci per costumi ;; ed ingegno , e bontà del dialetto'/ che parlavano. I nomi stessi dèlie donzelle, e di altri| eli essi inviavano a Delo per festeggiarvi Apollo, erana Greci, purissimi, e sippur greci gl'inni, che vi can- tavano. Dessi adunque non erano una naz'ionie di bar- bari , e nemmeno Macedoni: allora e per molto teittpoT in appresso tuttavia barbari.; anch' essi; Il linguaggio» della Macedonia era differente da ' lutti i gr'eci 'dialettif come tuttavolta l'attestano Slrabotìe liò: VIl,ed' Atè* neo liby.3 cap. 33^ <li. mòdo '^he^^Ltirit^- Curzio "'/l^i?' rapportando gli atti Jèiim&iisi cóiiti^ di Filotd dfP ferma, dhe i Greci nativi,; i quali fIlilìta^^Htìo^lel^es'e^-^ cito di Alessandro, tìòn intendevano punto ufi diseorfea fatto nel dialetto, o linguaggio macedonico. -^

Nessuna di queste e di più altre i'ni<5ariciliàfbili''-diffi-J- colta si rincontra , attribuendo a' Piérj il sopratioihe d' Iperborii , ^anii ogni cosa, e' le più aiaftichétradiziònf concorrono a dimostrare , eh' erano quei dessi. Doverla bastar la fama divulgatissiraa , di cui favella Diodoro Siculo ///^. 2 cap. 28' su i antdrità 'dì 'a^trf 'pkf"''atìtixlii

.na ,3Snir r DI JACOPO crRAM»!. 75

"Criitóri ,' eÌQèi)a:2,.dire che LaJona madre di Apollo era unta .nel paese, degl' Jprrborii, in cui gli abitanti erano cotanta devoti di ' Apollo , e suoi sacerdoti, e ministri nati ,('.nh6 a lui del continuo cantavano inni, e la loro fcit^à <■ oicontrada abbondava di suonatori, e musici, i quali: celebravano le virtù , e i benefizi di quel Nume. Latona incinta di Apollo , e di Diana , e cacciata dal eielo , o sia dair Olimpo , e fuggitiva per gelosia di Giunone arrivò prima nella vicina Tessaglia , come narra Calimaco ncll' inno sopra Delo , d' indi nella Focide , dovie fu assalita e inseguita dal serpente Pitone, che teneasi presso Delfo, e il Parnaso, e dove poscia Apollo l'ammazzò. In tutta questa allegoria ci s' indica be« chiara il paese degl' Jperborii nella vicina Pieria piréssGi' l'Olimpo non tanto lontana dalla Focide, dove Pito , o Delfo, donde poi Latona passò a *Delo a sgravarsi di Apollo , e di Diana. Certo in nessun' altjca contrada del continente della Grecia, o delle lue vicinanze ',i fiiori della Pieria eranvi allora dcgU innografi ,'id«' cantori, e musici in poca, in tanta copia 'cousegrati tutti ad Apollo, nel che sono pure concordi antichi, e moderni. La favola di Latona concittadina de' Pierj ci manifesta la cagione , che li mosse cosi per tempo a spedire ogni anno a Delo la lor processione , o theoria per festeggitirvi la Dea , e la nascita di Apollo, dove era di gi;\ grande il concorso de':)vicini isolani. Ma i Pierj venendovi tanto più di lontano, e dal nord-nord- ouest rispetto alla positura di

76 SOPRA LA SEDE, E IL CULTO DELLE MUSE, EC.

Dclo r lina delle Cicladi nel mar Egeo's/ied, ivi sco- nosciuti ancora , se non forse appena col nome di Traci creduti alloi'a gli ultimi abitanti della/ terra , fu- rono agevolmente da quei di Delo , e circostanti iso-> lani disegnati col sopranome d' Iperborii, e ciò viem- meglio perchè il vento del norte viensi- a Delo , e alle altre Cicladi dalle coste della Grecia ,'• donde veniano i Pier) , i quali abitando anche assai più oltre a^ SQttéQ-ì" trione di quelle coste medesime , furono creduti abitar di donde spira Borea. -.■ìnaà

, Non sembrerà strano , che questa primitiva rozza credulità non siasi di poi smentita , come 1' esperienza doveva smentirla , se si considera , che a mentenec r errore , e propagarlo bastava quel sopranome stessa non più dimenticato, come accadde de' sopranomiaiati dapprima a tanti altri popoU. in quelle i-ìmote- età potea r esperienza così tosto disingannare altrui:,';c^ie ■anzi rincontrandosi il vento di, Borea sempi'e più igftf* gliardo di delle coste, e del continente stesso della Grecia , si trasportò la patria degl' Iperborii tanto più oltre , e in regioni del tutto immaginarie. Cotesto eriore era di già ben vecchio a' tempi di Pindaro , come ap- pare nella decima ode delle Pitiche , e presso Plinio lib. 4 cap. 12. e presso altri. D'altro canto le idee nate da quel!' arrischiato sopranome in tempi cosi an- tichi , erano tanto favorevoli alla fantasia de' poeti, ed al maraviglioso ricercato dai Greci in ogni cosa , che con vollero disingannarsene mai , e parmi questo il

DI JACOPO DURANOr. "j-^

'^evo motivo , che mantenne vivo il sopranome d' Iper- borii , che sempre più divenne un suggetto di finzioni, e di dispute , le quali hanno fatto illusione ad Erodoto medesimo.

Malgrado le tante oscurità per lo più sparse ad arte mano a mano, non eransi però mai del tutto perdute le tracce della vera patria de' cosi detti Iperborii , ovvero che non facea mestieri cercarli cotanto dalla lungi, come i piti hanno fatto, e nemmeno uscir dalle coste del Mediterraneo per rinvenirli. È ciò ben altro che ridurli a far lunghissimi viaggi per terra e per mare,' onde recai'si a Delo , o condurveli dalle bocche del Fasi , o da quelle del Tanai presso Asoph giù pel Mar nero. Ch' essi abitassero su le coste del Mediter- raneo, il chiaro a divedere l'antico autore dell'inno sopra Bacco tra quelli falsamente attribuiti ad Omeio medesimo , dove ( i>. 29 ) de' corsari Tirreni , o Italiani minacciavano di condurre quel travvisato Nume in Egitto , a Cipro , ovvero agi' Iperborii. La Pieria ap- punto è bagnata dal golfo Terraiaco, in oggi di Salo- niki. La famosa Theoria , o processione , che gì' Iper- borii mandavano a Delo per festeggiar la nascita di Apollo , non potea certo venirvi di lontano , da gente, che non fosse religiosa, e colta, e di lingua» o dialetto non differente dal Greco più puro. Pausania ibid aggiugne , che in un inno di Beo cittadina di Delfo rammentavansi alcuni di quelli Iperborii come Pagaso , Agiyeo , e Oieno , nomi appunto Greci , o

yS SOPRA LA SEDE, E IL CULTO DELLE MUSE, EC.

che Olcno era slato il priino a valicioar io" versi ivi nel tempio di Apollo , il che si confà a' Pierj primi verseggiatori a Delfo , e sul Parnaso. Pausania perù assegna alla profetessa Femenoe il primo onore di quel vaticinio in versi , per la ragione che le donne solamente erano reputate capaci di ricevere sul tiipode il profetico furore. Egli adunque si scordò che gli attori di quella commedia erano vei-amen te i sacerdoti* o ministri del tempio, e la Pizia, o profetessa intro4 dottavi dai Pierj dopo scoperta la buca mefitica non era eh' uno strumento passivo entro le loro mani. solamente quei sacerdoti davano anch' essi risposte tìa oracolo, e profetizzavano sebben non sul tripode, come Beo istessa tanto più antica di Pausania racconta di Oleno , ma in principio bastava agli abitanti di Delfo , e del Parnaso di respirar un momento il va- por di queir antro , per credersi profeti anch' essi « ed aver diritto di farneticare. Talché vi si posero su di quello le tre barre di ferro, donde fu detto il trif pode, per custodir la buca, e non lasciarvi cotanto multiplicar i profeti. Allora solamente , e non pri- ma fu riserbato alla Pizia di montar sul tripode con- dottavi dai sacerdoti che stavanle accanto , ne regola- vano , e raccoglievano le parole spezzate , tronche , sconnesse , e per lo più insignificanti , e le spicgavan poi secondo gì' interessi loro, e mettevanle in versi. Però la Pizia era il primo personaggio di quell' «racólo , ma nuUameno i primi istitutori non aveano

DI JACOPO DURANDI. J^

tentato di prevenire gli abusi della superstizione , la- sciando la Pizia del tutto in balia de' preti.

Pausania inoltre rammentò in più luoghi de' suoi libri un Oleno di Licia famoso poeta. Erodoto /ib. 4, cap. 35 altresì narra, che le donne di Delo cantavano un inno composto da Oleno di Licia , nel quale ricor- davansi Argi , e Opi due fanciulle IjDerboree morte in queir isola , e che 1' istesso poeta avea pur dettato altri inni che si cantavano in Delo. Mi pare strano , che un dotto accademico " abbia da ciò voluto in- ferire , che Erodoto faccia quell" innografo allretlanfo antico che il culla di Apolline. A così smodata asser- zione ne aggiogne un altra, scambiando Delfo in Delo, e fa Oleno istesso il primo sacerdote di Apollo in Del» nel tempio ereitxìgli da quei settentrionali venuti ( come egli immagina) d'allé^ agghiacciate estremità del norte. Si fonda in ciò su di Pausania, il quale all'opposto parla chiaro degl' Iperborii stabilitisi sul Pàrntvso , ft primi profeti dell' oracolo Delfico , ed ivi non parla punto del poeta di Licia. Un altro accademico non dubitò di confondere quest' ultimo con Oleno Iper- borio , a motivo che la Licia non fosse ancora nota a' Greci , onde la presupponessero situata di del Polo tra gV Iperborii. '*. Egli adunque non avvertì,

* L'abate Salier storia dell'isola di Delo, Mém del'Acad. dpt inscritti

*• 3 Pag- »77- .

' '•'* IIarDioN sópra l'oracolo di DclfOo ibid.' pa^. xi^ in fin. e rSj.

Bo SOPRA LA SEDE , E IL CULTO DELLE MU.'^E, EC,

che la Licia più meridionale della Focide slessa era vicina alle greche colonie dell'Asia minore, era notis- sima a' Greci , e nominata più volte nella Iliade ( lió. II in fin. Uh. V, VI, XV. ) insieme ai Licj , senza che Omero abbia neppur mai fatto cenno dcgl' Iperborii , nome immaginato molti anni dopo di lui , e appena comparso a' tempi di Esiodo. Talché non è stato se non verso il fine del decimo secolo innanzi 1' era voI-< gare che i Picrj invitati dalla fama delle feste in onor di Apollo nel! isola di Delo , che per la divozion loro in verso quel Nume, e di Latona creduta loro concit- tadina v' inviarono anch' essi il lor tributo , e la theoria composta di donzelle, e di giovini. Avendo poi cessato di far cotesta spedizione a Delo per tradimento, o so- perchieria usata dagl' isolani a quelle fanciulle , dispar- yero i così detti Iperborii , e sol ne rimase il capric- cioso nome , che insino dagli antichi tempi divenne tra immaginosi Greci il comodo pretesto di mille fa- Toleggiamenti, , oiuo . li- )

Alla tradizione suddetta riférfta da Pausania intorno agi' Iperborii stabihtisi a Delfo, e sul Parnaso, vuoisi aggiugnere ciò, che da Cicerone si accenna nel terzo della natura degli Dei cap. zS essere stato il terzo Apollo figliuol di Giove, e di Latona, che appunto dagl' Iper- borii era venuto a Delfo, cioè colla cetra, e il canto, « col novo cerimoniale, e furor della Pizia introdottovi da quelli. Cotesta novità fu quasi di due secoli poste- siore al cevimooial de' Cretesi , di cui favellò Oiuero »

DI JACOPO DX7RAKDI. 8l

il qual non conobbe a' suoi giorni eli' un Apollo solo, ne' cui misteri non vi avcan parte le femmine. Elle bensì tra i Pier) , altramente Iperborii, erano ricevute a profetesse, come afl'crmano Calimaco nell' inno so- praccitato per Delo, e Diodoro Siciliano , e perciò l'erano anco a' tempi del summenzionato Filemone nativo di Delfo , il qual avca composto de' poemetti , ed inni sopra la nascita di Latona, di Apollo , e di Diana, che si cantavano in quella città, e nel tempio, come rife-- i;isce Plutarco nel dialogo sopra la musica. Questo istesso fatto , e 1' altro gi;\ più di sopra notato di aver egli stabilito nel tempio di Delfo i cori de' musici , bastano a smentir la favolosa genealogia , e somma an- tichità di quel poeta confinto dai posteriori Greci padre. di Tiimiri , che avea gareggiato colle Muse, e insiera fratello dell avo materno di Ulisse. Appare anzi tanto più posteriore ad Omero, altrettanto che lo sono stati i Pierj , i quali si stabilirono ed introdussero a Delfo , e sul Parnaso il canto, i versi, e le Muse istesse. Ma il cotanto celebrar Latona loro concittadina , e Apollo da lei partorito nella isoletta di Delo , che quelli faceano, e Filemone singolarmente, il dimostrano l'uno di quei Pierj medesimi, od Iperborii, il qual fioriva nella età, in cui coloro usavano tuttavolta mandar la loro theoria a Delo , cioè innanzi che per 1' ingiuria ivi fatta alle loro fanciulle rompessero ogni pratica con quell' isola , e cessassero di celebrarla. Pausania altresì facendo Fi- lemone autore de' misteri Lernei , e di pi'ose e poesie

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SOPRA LA SEDE, E IL CULTO DELLE MUSE, EC.

intorno a' medesimi sci-itte nel dialetto Dorico, smentisce viemmeglio la colui supposta cotanta antichità , percioc- ché prima del ritorno degli Eraclidi nel Peloponeso , non era noto in Argo nemmen il nome de' Dorici , non che il loro dialetto , e 1' Attico solo parlavasi da' Pierj a Delfo , e nella Grecia.

La mentovata riforma dell' oracolo Delfico malamente scambiata da alcuni antichi e moderni colla sua prima istituzione , e le Muse dall' Olimpo traslocate sul Par-: naso accrebbero grandemente la celebrità dell' oracolo, e del Parnaso medesimo , 1' avanzamento della poesia , e musica, e d' ogni beli' arte e costume, la magnifi- cenza delle feste, e le ricchezze di Delfo, dimodoché in progresso di tempo il numero delle statue per Io più d'oro e d'argento, che ornavano, ed arricchivano la città , superava quello de' cittadini medesimi , senza parlar delle altre molto più preziose per 1' arte , se noa per la materia , che qua e rincontravansi in su pel monte. Però la fisica sua condizione non corrispondeva a cotanta celebrità e dovizia. A formarsene una giusta idea converrebbe trascriver quello ne scrissero singo- larmente Strabene, e Pausania, combinando ogni cosa con altri passi di antichi, e poi con le carte, e rela- zioni di alcuni dotti viaggiatori come di Spon , di Vehler, Po coke , Tournefort, e altri, i quah però nello spie- gare e situar gli antichi luoghi confrontandoli co' mo- derni sbagliano sovente , e si contradicono. L'elegante ingegnoso autore del viaggio del giovine Anacarsi in

DI JACOPO DURANDI. 83

Grecia cap. XXII, ha in uliimo descritlo Delfo, e un tratto del Parnaso nel più solenne giorno di magnifi- cenza , e della festa di Apollo, e de' giuochi Pizj , e lasciò appena trasparire la uaturale asprezza di quella montagna, imitando in ciò i pittori, che accennano fra le ombre in lontano quegli oggetti, che non formano il princIpal suggetto del quadro. Si è fatto più innanzi osservai-e , come Omero disegnò l' orridezza e sterilità di quel monte , la cui natura certo non migliorò dappoi, benché tanti come in luogo agevole e delizioso cerchino tutto di rampicarvisi sopra. Per loro uso, od altrui di- singanno mi sono preso la briga di appresentarne quasi a modo d' itinerario una succinta e sincera notizia. Ma principalmente ho voluto farlo, acciò viemmeglio si vegga r esattezza di Omero nel descrivere i luoghi , e perchè ci manca tuttavia un' accurata descrizion del Parnaso. Apparirà oltre a ciò dal colligamento di quello colle succedentisi montagne pur dedicate alle Muse la iacilità , eh' ebbero i Pierj a propagar il culto di quelle su i monti e gioghi i più elevati , siccome era 1' uso , e la credulità delle antiche nazioni fossero dessi altresì più cari agi' Iddii. E però vero, che disfagliafa la Grecia in molte valli rinserrate da discoscesi monti asprissimi , riesce per lo più malagevole il trapassar d' una in altra.

84 30PRA LA SEDE, E IL CULTO DELLE MUSE, EC.

Descrizione topografica del monte Parnaso, donde il culto delle Muse si estese all' Elicona , e ad altri della stessa catena di montagne,

Dipartlanci dalle Italiche coste dell' Adriatico , o di- renao dal tallone d' Italia , e quasi diiimpetto entrianx per la più breve dal golfo di Corinto, o sia di Lepanto nella baia di Saloua, altre volte il seno Crisseo. L'estre- mità di essa baia ci metterà nella non infeconda cam- pagna di Crissa. Più per una forra di rocce si tra- passa in una valletta, su cui pendono, rinserrandola a sud-ouest monte Corax, e a nord-est gli inclinati spor- genti rami del Parnaso medesimo. Ija sommità della valletta tocca alle radici di questo famoso monte. Si sale per un sentiero stretto e malvagio, che va tor- cendo e serpeggiando per una direzione sud-est, e ci porta al moderno luoghetto di Castri, già contiguo senza dubbio alla celebre ciltà di Delfo, di cui il sito di Castri stesso facea parte, e se ne veggono tuttavia ne suoi dintorni le vestigio, e le rovine. Così la ciltà trovavasi in circa a dodici miglia di cammino dal mare, o da Salona suddetta, aulicamente ^m/jAma, capitale della Locridc, cui il Parnaso stesso limitava, e divideva dalla Focide. Talché poco più d' una giornata di navi- gazione con buon vento ci farebbe attraversar dalle

DI JACOPO DURANDI» 85

nostre coste Infino al fondo della menzionata baia , e d' indi qualche ora di cammino toccar le radici del Parnaso medesimo. Se fosse possibile , che cotesto monte v' abbia avuto mai influenza niuna su l' immaginazione de' popoli vicini , noi diremo , che perciò gì' Italiani sona stati nell' occidente i primi a partecipar di quel beato entusiasmo , onde seppero emular gV istessi Greci , e comunicai'lo in alcuna parte alle altre nazioni d'Europa. . Gonvien prendere assai largamente ciò, che Pindaro vuol darci a intendere nella quarta ode delle pitiche giacesse la città di Delfo alla metà della salita od al- tezza del Parnaso, il qual -sorge grandemente molto pia di. sopra dove anche meglio si confanno Parnassi de- serta per ardua di Virgilio ( Georg, lib. 3, i>. 2^1 ). Nulla di meno dagli antichi medesimi, che pur l'aveano sotto gli, occhi, venne Delfo chiamata il belico non solamente rispetto al Parnaso , ma così pure alla terra tutta ( >>iJi:a\i{ rnt yns ). Non parlerò delle ridicole no- yelKì immaginate a giustificar così strana fantasia , ma CoIqto eh' esagerarono meno , han collocato quella città» e il', monte nel mezzo della Grecia. Di qui io deduco una così fatta opinione esser nata dopo 1' unione della TessagUa, e Macedonia alla Grecia propria, altramente il Parnaso situato nella Focide trovavasi innanzi in verso r estremità boreale dell' istessa Grecia. Non è dunque cotanto antico 1' equivoco su la parola »v.;a^óf, che ha fatto nascei-e questo errore. Cotal nome dapprima eiasì applicato a Delfo non già in senso di belico, ma di

ss SOPRA LA SEDE, E IL CULTO DELLE MUSE, EC.

cxracolo , sendosi derivato da w^ . come Fornuto di già benissimo spiegò nel suo curioso libro della natura de"ìi Dei.

Pendeano di sopra Delfo due rupi alte assai, ed er- tissime, come tuttavia pendono su di Castri. L'uno e r altro luogo vien sovente innondato dalle pioggie, e dai rivi, che nascono fra le rupi suddette, e tra cotesti rivi evvi il famoso fonte Castabo caro a Febo Apollo, siccome nella prima delle pìtiche i'. 74 , vien detto da Pindaro. Ma altre punte , ed altri gioghi anco più eie- Tati soprastano alle summenzionate due rupi. La città non era , poteva tra quelle stretture esser vasta. La sua circonferenza era a detto di Strabone di sedici atadj olimpici, ovvero di i5i2 tese parigine, più lunga che larga , perchè compressa a due lati da due gruppi di rocce, e quindi monte Cirphis la serrava più sotto a mezzodì , tra cui , e il Parnaso scorre il fiumicello Plisto , nel qual perdasi il fonte Gastalio. Cirphis si prolunga per sud-ouest infin presso il golfo di Salona, o sia di Crissa, al cui piò giacca Cirro altre volte il porto di Delfo. La parte superiore della città , dove il tempio , e 1' antro fatidico , era quindi inaccessibile dal lato di mezzodì, fuorichò pel suddivisato cammino tu di viottoli stretti tagliati nel masso. Il sito dell' antro, e tempio suddetti si rimane di sopra Castri presso A\ una chiesuola di santo Elia. Alquanto più su della chiesuola si veggono ancora dispersi molti pezzi di i)iaaco marmo creduti gli antichi avanzi dello stadio.

DI JACOPO DURANM. 87

•Bensì da Delfo poteasi discendere per un'altra via. Le rocce che le soprastano, e la circondano , vanno abbassandosi , e digradando verso la città , onde Stra- bone Uh. IX \ assomigliò ad un teatro. Allo intorno i concavi sassi , le grotte , le rupi , le tortuose vallicelle più volte echeggiando ripeteano lo strepito delle trombe, le grida , il rumor grande e vario dell' affollato popolo attix'atovi dalle feste , e ne raddoppiava il suo stupore, ed il miracolo. Da Castri, e dai mentovati vestigi dello stadio continuando a salire , girando , e rigirando so- vente , rincontransi delle grandi fessure nel monte , ed ima anco piìi grande, e profonda , che pare fosse 1' antro Coricio sagro alle Ninfe, a Bacco, e a Pane. Il sentiero è tagliato nel masso, e conduce in un'ora di cammino su di un dosso del Parnaso , che vi forma un piano , donde si sale su le due rupi, e punte summenzionate, che sporgono e pendono di sopra il sito di Delfo, per le quali il Parnaso si disse bicipite. Di si ha la vista della baia di Salona , o Crissa , delle vicine isolette , e di gran parte del golfo di Lepanto a ponente, e- delle montagne del Peloponeso , o della Morea a mez- zodì. Più risalendo per settentrione , incomincia a trovarsi la neve , e a discoprirsi bene la cima più alta del Parnaso, Più su evvi un laghetto formato dalle pioggie , e ne^'i squagliate , alla cui estremità sorge un monte ertissimo ricoperto di nevi eterne , e in- dicato da Pausaoia per quello, su cui Deucalione rtlvò colla móglie Pirra dalle acque del diluvio, tiratovi-

88"' SOPRA LA SEDE , E IL CULTO DELLE MUSE, EC.

dallo urlar de' lupi , che vi s' erano rifuggiti , donde pigliò nome il villaggio di Licoria , che Spon dice chiamarsi in oggi Liacura , e Wheler Helicoro. Ma l'un l'altro han saputo situarlo, che certo non esis- teva , come 1 ultimo si a credere , su quella supre- ma montagna perpetuamente ingombra di nevi , dove anco i lupi sarebbonsi ridutti. Nemmeno è credi-.' bile potessero le furiose Tiadi salir cotant' allo a fariii loi" sagrifizi ad Apollo, e a Bdcco , siccome pare in^r dicarci Pausania. Se quel kiogo ci. fu mai , giacca non.: molto di sopra la città stessa di Delfo ; anzi Strabene' pretende , che dessa siasi fabbricala nel sito di quello donde ne venne ad Apollo signor del Parnaso il nome di wnaptiToT , e all' altro di hvKOfivf , come a dire terra de' lupi.

L' altezza di quella suprema cima del Parnaso non è però straordinaria , come è paruta ad alcuni , e cosi pure a Wheler , il qual la dice la più alta del ^lobo , e ad un tempo che non la cede al nostro Moncinisio, che sappiam ben noi essere di un'altezza secondaria ris- petlo alle grandi alpi. Alle falde di quella suprema cima vi circola una specie di valletta, o di pianura ineguale , eh' é però ima ben alla montagna in con- fronto della positura di Castri , o Delfo , come pur lo è questa in confronto' della suggetta campagna di Grissa. Ivi scaturisce una grossa fontana appellata oggidì Dru- singo, che scende rigirando per sud-est in un pianetto, dove stagna appena un miglio dalla sua sorgente , e

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DI JACOPO DURAUDI. 8^

filtrando per le rocce, e per le sabbie, ricompare sotto le rovine di Delfo col nome di Srilalizza. Non è per avventura difi'erenle dal mentovato flumicello Pli- sto. Si sale parimente , e discendesi dal Pai-naso anco da altri lati però discoscesi tutti, e difficili, e sovente accanto di precipizi. Esso più a nord-est va ad attac- carsi al rinomato monte Oeta , da cui scaturisce il Ce- flso , e si accosta anco ad altre montagne , che van declinando verso sud-est infino a monte Parnes nell' Attica.

Il Parnaso è pertanto una vasta montagna , che pri- meggia nella, serie e catena di quelle molte , le cjuali insieme 1' una 1' altra si aggi-uppano , si addossano, si accavallano da sud-est circuendo mano a mano verso tramontana , e nord-ouest. Quindi cominciando dal monte Parnes, o Parnethes suddetto, questo attaccasi al Citerone dipoi sagrato anch' esso alle Muse , ed amendue separavano una volta 1' Attica dalla Beozia. Al Citheron si congiugne l' Elicona chiamato Zag.Ta oggidì. Esso gareggia per vastità ed altezza col Parnaso medesimo , da cui si scosta per poche miglia declinando più a sud-est, ma a così dire gli s' imisce perle mon- tagne intermedie , ed entrambo sporgono , e avanzansi d' altro canto verso il golfo di Salona. Il monte Libe- trio fa parte dell' Elicona , e separa dal piano dell' antica città di Tespia quello della famosa Tebe. Il rivo Permesso nasce dall' Elicona , e va a perdersi nel lago Copaide , o di Livadia. La primavera è tardissima su

tfb SOPRA I.A SEDE, E IL CULTO DELLE MUSE, EC,

tutte coteste dirotte montagne , le cui cime sono per- petuamente coperte di nevi , e le sorgenti agghiacciate la metà dell' anno : così pure accade all' Ippocrcne su di quelle alture. D' ogni parte sorgono fonti , e rivi. Cotanta è la copia delle acque , che cotesti monti tra- mandano , oltre quelle che scaturiscono tratto tratto alle loro radici. L' aspetto de' medesimi è in ogni Iato aspro ed agreste; il che è ben altro che l'immaginarsi come ha fatto il mentovato leggiadro autore del viag- gio del giovine Anacarsi cap. XXIV essersi propagate su di quelli le Muse, come m luoghi solitarj , dove i dipintori della natura circondati d' immagini le più ri- denti sentivansi presi dal caldo della inspirazione di- fina. Tutto all' opposto perchè cotesti luoghi furono sempre orridi e salvatichi, sono stati vieppiù opportuni a servire alla religione, da cui presero origine le Muse, é quindi ad esser loro consegrati. Di fatto la fantasia viemmeglio commossa da tutto ciò, eh' è più strano sat vatico maraviglioso , è tantopiù colpita dall'orrore, e dalla solitudine , e bizzai-ria de' luoghi stessi. Così tutti gli antichi popoli , e non di rado anco i moderni ( e noi medesimi n' abbiam tuttavia alcuni domestici esem- pli ) qualunque si fosse la lor religione e setta , cre- dettero i monti più scabri, e le dirupate lor sommità vieppiù degne di essere abitate dai loro Iddii. Non al- tramente i Bardi , ovvero antichi poeti nostri , e di j)iù altre province d' Europa allogarono i lor Genj della poesia e del canto su per l'alpi, od elevate erte mon-

DI JACOPO DURANDr. 9I

tagne , che non son niente ridenti , ma ruvide sassose asprissime altrettanto che il Parnaso , e le altre suddette. S' ingannò parimente il summenzionato autore abate Barthelemi , presupponendo fossero i primi poeti della Grecia direttamente venuti dal barbaro paese di Tracia y cioè dalla Tracia propria , donde abbiano esleso il do- minio delle Muse dai monti della Pieria che, secondo lui , saria quella tra lo Strimone , e il Nesto , insino sul Parnaso , 1' Elicona , e Pindo ; se non che gli è comune con molti altri dotti l' errore di confondere con la Tracia propria i così detti Traci della Pieria presso r Olimpo , e di altre settentrionali regioni della Grecia. Tra quelle sendo stata la Pieria per la positura 6ua , e forse anco per la pacifica natura di quel popolo insino d' allora la più tranquilla , e la meglio ordinata del resto della Grecia insin dai più rimoti tempi agi- tata sempre, ed inquieta, nacquero più di buon' oi*a, e v' allignarono nella prima le idee di civilità , di re- ligione , di moralità abbellite dai versi, e dal canto, ch'amano la pace, e per lo più rifuggono dai tumulti, e dalle civili sedizioni.

Ma sul Parnaso non ebbero mai le Muse nel parti- colare di sacro al loro culto fuori d' una valletta e selva collocata in circa alla metà del monte, il qual insieme a Delfo s' apparteneva dapprima tutto intero ad Apollo come oracolo , e profeta , e non ancora come «ignor del canto , de' versi , e della cetra. Associatosi di poi in su r Olimpo stesso con le canore Muse create

gS «OPRA LA SEDE , E IL CULTO DELLE' MUSE, EC.

da' Piorj sue compagne e seguaci , il seguitarono queste sul Parnaso, e a Delfo, abbandonando la prima, pec islabilir su quello I' ordinaria loro sede. Non fu Apollo geloso si dedicasse qualche parte del Parnaso anche ad altri Genj , cui di poi quasi ogni sasso , ed ogni an- golo del monte furono sagri. Quindi i Pierj , o Traci,' od Iperborii, che dirsi vogliano , ivi stabilitisi autori di cotesto culto novello, e ministri dell'oracolo, e del novo suo cerimoniale , non ebbero a dilungarsi molto n propagar il culto delle Muse , trasportandolo pure su r Elicona non ancora sacro a verun' altra peculiar Deità, anzi ancor innominato. Esiodo per gelosia patriolica vorrebbe insinuarci vi abbia Pierio medesimo introdutto su r Elicona stesso prima che altrove tufte e nove le Muse perciò dette Pieridi. Ma fu costume de' Greci crear de' nomi, e farneli autori di cose, o dipei-sone, delle quali n' ignoravan l'origine, o volevano alterarla^

0 ringrandirla con più speciose finzioni. Così all' istesso Pierio attribuironsi nove figliuole di poi mutate nelle nove Muse , le quali dapprima non erano tante, e pro- babilmente non erano per anco cresciute sino a questo numero, quando incominciarono comparir sul Parnaso al seguito di Apollo. Onde può esser vero sia stato

1 Elicona il primo a possederle tutte e nove , quante erano desse a' tempi di Esiodo.

Di mano in mano si propagò quel culto su di altri de' colligati monti dell' istcssa catena , che ne circonda la Beozia. Strabene lib. X notò essere cosa manifesta*

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éhe per tuKo ove fioriva il culto delle Muse , vi era stato introdulto dai cosi detti Traci , a' quali s' appar-« tennero già la Pieria , 1' Olimpo, Pimpla, e Libetrio altre volle della Tracia, perchè Traci chiamavansi £ popoli al settentrione dell'antica Grecia propria, é; com« presi di poi nella Macedonia. Talché non solamente egli ci disegna la Pieria, in cui l'Olimpo, ben diffe- rente dall' altra fra Io Strimene, e il Nesto , ma soggiur gnendo ch'erano di que' Traci Orfeo, Museo, Eforo» Tamiri , ed Eumolpo , o sia l'ottimo cantore, li fa tutti originar] della Pieria stessa presso 1' Olimpo, e ci anch' egli a intendere , che i nomi de' mentovati primi cantori e poeti, fuor di Tamiri , erano appellativi, e non propri, o sia di persone altre volte cosi appel- late. Laonde malgrado la loro celebrità furono ignoti ad Omero, perchè trovati dopo la sua età, per ono- rarne alcuni poeti, ed uomini benefici. Oltre a ciò bea chiaramente e' insegna , che quei Traci , o Pierj tras- portarono nella Beozia in un con il culto delle Muse insino i nomi de' monti, e luoghi , eh' erano pur dianzi a quelle dedicati nella lor patria. Esiodo dissimulò co- teste circostanze , per far più antica e boriosa la favola, e primeggiarvi in essa il patrio suo Elicona.

Pausania altresì lib. IX osservò , che Libeira era l'an- tico nome di una città presso l'Olimpo dal canto, che volge sulla Macedonia, o sia immediatamente su la Pieria, che a' suoi giorni ne dipendea; e poco distante da quella città esservi stato un monumento in memoria

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di Orfeo. Infatti i Libetriui di Pieria il pretendeano Jor concittadino , come rammemora da Svida , e Tzetze sopra Licofrone pag. 4g , ed ivi nato nel borgo òi Pimplea a detto di Strabene lib. VII, od alti-imenti Piraplea, e Libetra furono due gioghi di una montagna di Pieria al dire di Apollonio nel primo degli Argo- nauti. Aggiugne Pausania , ohe di sopra la città di Dium lunghesso il golfo Tei-miaco, il qual bagna la Pieria a levante , scorrervi il fiume Elicona. Cosicché apparisce, che questo nome, e gli altri nomi suddetti si trasportarono dai Pierj medesimi nella Beozia , dove innanzi il monte Elicona , e gli altri pur sacri alle Muse erano innominati. Forse direm noi, che i nomi novelli hanno fatto obbliare i più antichi? Ma chi potrà supporre, che pria ve n' avessero altro, poiché 1 istesso Esiodo non seppe altri di quei nomi fuor de' novelli? Parmi questa l'evidente ragione , per cui Omero nella summenzionata minuta descrizione della Beozia non parlò del vasto monte Elicona , di vei'un altro de' luoghi e monti suddivisati, perche i nomi di quelli non furono in uso se non molto dopo la sua età. Tanto più posteiioji si debbono riputare il bosco de- dicato alle Muse su per 1' Elicona dai vicini Tespicsi, e viemmaggiormente le feste, e i giuochi degli atleti, e le solenni gare e disfide di musica e poesia dette perciò museo ; dico solenni , perciocché le gare le più comuni rimontano forse infino alla istituzione di quel culto. Praticavansi di già a' tempi di Esiodo anche

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altrove per la Grecia, ed egli medesimo nel poema delle opere e giornate i>. 654 » ^ ^^S- racconta di essersi recato in Calcide di Eubea , dove nella disfida de' versi essendone uscito vincitore , n' ebbe in premio un tripode» eli' ei consegrò alle Muse dell' Elicona. Non alibiam cenno nessuno di cotali pubbliche feste e gare ne' poemi di Omero , il qual parlò bensì di Deraodoco » di Femia, Melampo, e di qualche altro cantore , i quali usavano nelle case de' grandi. La disfida di Tamiri, e delle Muse , eh' ei racconta , è stata accidentale , pri- vata , ed ijnprovvisa.

Natp e cresciuto Esiodo-, siccome narra egli medesimo Loc. cil. appiè del Santo Elicona nel misero villaggio ^i Ascra cattivo d' inverno , molesto d' estale , e buono in nessuna stagione mai , mentre alle radici del monte ei vi pascea la greggia, le Muse Eliconie inspirarongli i versi , e il canto , e dierongli a svellere un ramo di alloro per suo scettro (Teogon. v. 3o5^ sodandoglieli elle che sanno le passate cose^ e le Juture; donde in lui destossi quel furore fatidico , che suol nascere da quercia , o macigno ( ibid. v. 35 ). 11 furore , di cui Esiodo si dice invaso , manifesta 1' idea , che n' avean prima fornita i Pierj stessi , furore , od estro rozzo ancora come le querce, e i macigni , dai quali credeano ricavarlo ; im- magine non ancora usata da Omero , il quale altresì non parlò mai dell' alloro , per decorarne i cantori o poeti, ma solamente di quello, che serviva in Delfo a' ministri di Apollo per la divinazione.

èS SOPRA LA SEDE , E IL CULTO DELLE MUSE , EC.

Aggiugnendosi a questo la vanità , e 1' amor della patria quantunque tristissima , Esiodo non invocò mai altre Muse fuor quelle dell'Elicona, e nemmeno assegnò loro altra più peculiare stanza. Laonde le tenne tutte e nove in su di quelV alto e divin monte danzanti in- torno all' ara di Gioi'e , e attente a bagnarsi , e ben lai-arsi le membro nelle acque del Permesso , dell' Ip~ pocrene, e del sacro Olmio. Chi saprebbe dirmi, per- chè del fiumicello Olmio nato pur esso come gli altri due tra le nevose ru]3Ì dell' Elicona , ed inzuppato de' sudori delle Muse , che vi tuffano dentro , non usino perù i poeti bei'e delle sue acque , come a gran sórsi ne beono di quelle del Permesso, dell'Ippocrene, Casta- lio , e Aganippe , che non sono niente più limpide , più gustose e fresche ? E bensì vero , che Esiodo singolarmente ivi i>. 5z rammemora le Muse Olimpichei però solo in quanto se ne vanno di passaggio su l'Olim- po a rallegrar Giove con il loro canto , come già di sopra si notò. Quindi anch' egli dalla loro patria , e dal supposto loro padre Muse Pieridi le dinominò sul principio del poema delle opere e giornate, chec- ché di queir esordio ne pensassero i Beozi , e nel par- ticolare i Tespiesi. Ma di cotesta loro invidia , e tanto più contro della Teogonia dell' istesso Esiodo parmi ne sia stata cagione la stupida loro vanità di voler far più antica e mirabile la santità dell' Elicona , e la fondazione del villaggio di Ascra , pretendendo eglino, •he i primi a sagrificar alle Muse sopra quel monte e

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fondarvi quel vil!a<rgio alle sue falde sieno stati Efialto, ^ ed 0(o annoverali tra i giganti, eh' ebber 1' onore di battagliar con Giove. Così strana novella ci vicn for- nita da Pausanla lib. IX, cap. 29, il qual la ricopiò da Egcsino , che 1' avea copiata da Calippo di Corinto, e «ppare quindi non essere stata di molto antica. Ma con ciò essi voleano fosse come una seconda e tarda istituzione la venuta a Tespia del Trace Pierio a in- trodurre il culto delle nove Muse su 1' Elicona. Ad accreditar questa favola conveniva mettere in dubbio la legittimità della Teogonia, e della introduzione al poema delle opere e giornate, che smentiscono troppo così fatte menzogne.

, 11 maggior numero delle Muse su l'Elicona , quando non apparisce ve ne fossero tante in principio neppur sul Parnaso, o non altre più di quelle note ad Omero, non per anco a divedere un maggior avanzamento di cognizioni al tempo , in cui il culto di esse propa- gossi al non troppo distante Elicona poco prima di Esiodo, ma che i Greci avevano i-idiviso le lor cogni- zioni ed arti dei-ivate già dagl' Ionici dell' Asia minore, dove quelle assai meglio fiorivano. Intralascio le sotti- gliezze addotte da Plutarco sul numero novenario delle IMuse nel IX de' Simposj quest. 14. Ma l' Elicona pareggia a un di presso il Parnaso in altezza e circon- ferenza, ed entrambo discoscesi, dirotti, e pieni di precipizi , e di nevi condensate. Però 1' Elicona sino a una certa altezza men aspro , meno sterile, ed assai

J)8 SOPRA LA SEDE, E IL CULTO DELLE MUSE, EC.

beue avboreggialo abbonda ancora oggidì di lepri, di cervi , di cinghiali verso le sue radici. Di li si estese il medesimo cullo su di altri non discosti monti della catena stessa, come sul Libetrio, Pimpla , e Citerone, che la Beozia disterminava dall' Attica. A celesta ca- tena non appartiensi Piudo, rendutosi anch' esso famoso pel culto delle Muse. Giace lontano dal Parnaso , ed Elicona per nord-nord-ouest incirca settanta miglia geografiche, ripido, scosceso, nevicoso , diviso in piiì gioghi , e punte, incassato nell' altra catena' di monta- gne, che separa torcendo da settentrione a mezzodì la Tessaglia dall'Epiro. Neil' Argonautica di Ojfeo, di cui si vuole autore Onomacrilo incirca l'Olimpiade LV ^ o la metà del sesto secolo prima dell' era volgare , si dice e. 358 abitarvi sul Pindo gli sfudiosi di medidna, e quelli che suonano la ce fra di apollo , oppur la lira di Mercurio. L' autore dell' Argonautica fosse pur Orfeo di Crotone contemporaneo di Pisistrato , come piace a Svida su 1' autorità di Asclepiade , coincide sem-r pre con l'età di Onomacrito, il qnal raffazzonò e sup- pose altri poemi attribuiti a jdìù antichi. Uomo corta- mente istruttissimo non ha però fatto sul principio dell'Argonautica altra invocazione se non a Fedo Apollo, cui è sacra la sassosa cima del Parnaso , e ciò con molto accorgimento, dacché sapea ben egli', che a' tempi ' di Orfeo , o degli Argonauti , e per due secoli incirca dappoi non vi fu nella Grecia propria altro monte sacro ad Apollo fuor del Parnaso , e nessuno per anco

DI JACOPO DURANDI. 99

Òlle Muse. Il Piudo è stato per avventura 1' ultimo a partecipar di questo onore. Furono probabilmente quei Tessali , che abitavano le meridionali falde dell' Olimpo, i primi a consegrar Pindo ad esempio di quello avean fatto i Pier) loro vicini sul Parnaso , e f Elicona e le altre prossime montagne , e forse la vicinanza dell' oracolo di Dodona li determinò ad onorarvi la vasta montagna di Pindo. Omero non la rammenta punto, e nemmeno Esiodo , pur quanto mi sovviene.

§• 7. Conclusione.

Laónde ne verun accidentale fenomeno luminoso ap- parso su le cime dell' Olimpo il fece presumere abitato da tutti gli Dei del Gentilesimo, la ripetizione di cotal fenomeno su i monti del Parnaso , Elicona , ec. è stata cagione si consegrassero quelli nel particolare ad Apollo , e alle Muse. La religione sola potè ciò operare , e 1 operò accompagnata mano a mano dalla solennità delle feste , dai giuochi ginnastici , dalla musica e poesia, dagli attraenti in somma piaceri dell' immaginazione i più capaci di tutti a commovere , rad- •dolcire , ed ingentilir una nazione come anticamente la greca altrettanto fìeroce e sensibile, e la cui lingua era la più acconcia di tutte a perfezionare la poesia , ■e il canto. !Noi sappiamo esservi molto per tempo concorsa la politica costituzioae de' Greci , e fu diretta

ioo SOPRA LA SEDE, E IL CULTO DELLE MUSE, EC.

ad un tal fine insino da quando adottò per concittadini i Pierj , e le Bluse loro. Fu certo la religione, che è stata il principal mezzo, e il primo attivo principio de' governi antichi , secondata dalla seducente melodia del canto , de' versi , e della cetra. Ella continuò ad esserlo in tutte le inultiplicate feste de' Greci, e insino nelle gai'e e disfide solenni di poesia e musica, e ne' giuochi di pili maniere, come istituzioni sacre com- provate le più proprie a fomentar la pietà in verso gì' Iddii , a mantener la morale , base d' ogni religiosa setta , come pur d' ogni civil governo , ad eccitare e ranimar i talenti dello spirito , a rafforzar il corpo , e svegliar f entusiasmo delle virtù sociali , o delle belle azioni , ed inanimire e riscaldar il coraggio degli eroi con la lusinga delle lodi , e della gloria. L' istesso co- raggio forse non altrimenti che l' estro de' poeti di- pendendo dalla effervescenza del sangue , eh' esalta gli spìriti: animali , non può esser ;peiènne , ed immuta- bile, ma più o men passeggiero anch' esso, onde vuol essere scosso , e ridestato.

È paruto ad alcuni dotti un insolubile problema , come mai la TessagHa , la Focide , e Beozia province le meno riputate di tutta la Grecia , e d'aria torpente e crassa , e di abitanti infingardii,' e mea propri per le belle lettere ed arti, sieiro state, pei-ò il teatro più strepitoso, e magnifico della, mitologia , degli oracoli , delle splendide feste, delle più ji^re ivi adunate pro- duzioni delle arti, e singokrmeirtc del trionfo della

DI JACOPO DURAKDI, lOl

poesìa e musica sino a farsi tributavi, e divoti gli spi- ritosi non meno che orgogliosi Ateniesi. La religione sola secondata dalla politica operò adunque , e man- tenne cotesto prodigio. Le Muse sendo state personi- ficale, e meritamente più di tutti gli altri Numi divi- nizzate, ed in particolar modo allogate su i menzionati monti come interpreti, adiutrici , e protettrici delle scienze e belle arti , non si potevano più senza sacri- legio slogar di , dove risedeano da secoli, e si credea se ne compiacessero , e dove i popoli eran usi veue- i-arle. Fu perciò mestieri lasciarle ne' luoghi , che dipartendo dall' Olimpo elle medesime si avean tra- scelto , e presupponevansi abitare a preferenza di ogni altro. giammai 1' asprezza e sterilità di que' luoghi potò allontanarvi i popoli , i quali a rincontro li ri- guardavano come più degni, e cari ai loro Numi. Pre- dominati da questa opinione gli Ateniesi medesimi anteposero 1' orridezza delle summenzionate montagne air istesso lor florido odoroso monte Rimetto celebiato cotanto per la bontà del mele , e per le deliziose e mnguifichc sue vedute , donde a un tempo discopri- vansi parte della Grecia, le isole rimpetto alle coste dell'Attica, e d'Atene infine ad Eleusi l'amena e ricca via sacra ornata a dilungo di statue, di templi, e di superbi mausolei.

ciò basta ancora , ma gli Ateniesi al pari degli altri antichi non cessarono di magnificare le immagi-r narie delizie della famosa Tcmpe valletta di Tessaglia

102 SOJPRA I-A SEDE, E IL CULTO DELLE MUSE, EC.

tra i monti dell'Olimpo, od Ossa, o piuttosto spaven-^ tosa fona, e gola di monti altissimi, erti assai, e pieni di precipizi , diretta da ponente a levante come il eorso del fiume Penco , che la trascorre , e pressoché lo'jcupa, e l'innonda, lunga non più di cinque miglia Bomane antiche , o tre delle nostre di Piemonte , e così stretta, che dieci uomini di fronte malagevolmente vi possono passare , anche quando il fiume è più po- vero di acque e depresso. Un nuvolo di aria densa ed umida a guisa di fiimo l'annebbia quasi del continuo, e tuttavia dai moderni Gi'eci si dinomina Lycoslomo, bocca del lupo , il che dee bastare per conoscerne la natura. Livio lib. 33 , cap. 35 da esatto listorico la descrisse qual si è dessa veramente , Plinio lib. 4 cap. 8 , ed Ebano nelle sue istorie varie lib. 3 cap. i .si lasciarono ingannare dalle romanzesche desciizioni de' ipoeti i e del volgo de' Greci , i quali pur ne vedcano tutto r orrore. Donde ciò se non perchè luogo con- segrato dalla religion de' popoli agi' Iddii , e per la sublime idea , che vi attaccavano a' luoghi presupposti abitati da quelli? Non altramente Omero immaginò nel VI dell' Odissea cotanto deliziosa 1' agghiacciata cima dell' Ohmpo , come si notò di sopra in principio del §. 2. Era Tempe venerata singolarmente per un suo boschetto sacro, primo tempio de' popoli antichi, e rozzi , e il suo nome non da Tempea , o valle , ma piuttosto derivò in origine da iemenos , appunto bosco lacro , oppur da temenizo consagrare , eh' è statò per

DI JACOPO Dl'UANDI. Io3

avventura la radice del latino tewpliim. A t'antasticaie, e a traveder le cose a quel modo tutto all' opposto di ciò che sono, ail'ascinati da religiosa superstizione, ebbero compagni i Greci gli altii popoli dell'antichità, e i uoslri antichi inedcsimi ancoraché colti, Jjoriosi come sopra tutti erano gli Ateniesi. Certo abbiam noi su per le alpi nostre, e altrove de' siti agresti ardui, spaventosi, che ancora ne' monumenti de' tempi mezzani hanno de' bei nomi,'i quali non si potiebbono ap- propriare se non a de' luoghi ameni e colti, ed alcuni li ritengono tuttavia. E tanto meno da dubitarsi della mentovata gentilesca loro origine, che ancora nell'ot- tavo secolo dell' ei-a volgare cotal superstizione in verso i boschi, fonti, arbori, ed alcuni determinati luoghi non era del tutto spenta tra noi , e nel resto della Lombardia , ed è stato mestieri tentar di svellerla con rigorosi divieti , e con leggi penali '. Ma si fatte opi- nioni sono ben più antiche, è più durevoli de" monu- menti , che le attestano , o le condannano. Così la religione è slata il fondamento di tutte le maiavigliose istituzioni de' tempi eroici nella Grecia , e altrove. Le Muse sanzionarono ivi , ed anco tra i barbari delle altre pi'ovince d' Europa i diritti , e i doveri degli uomini , e della pubblica e privata vita , insino a che r avarizia de' ministri de' templi, gli oracoli raggiratori.

» V. le Longobardiche 30, e ì,i lib. VI del Ile Liiitprnndo.

I04 SOPRA LA 5EDE, E IL CULTO DELLE MUSE, EC.

le imposture, e gli alnisi d'ogni maniera stancarono i' istessa credulità de popoli, se non aifatto il loro naturai pendio a sollecitar de' prodigi dal favore degli Dei.

Ma tuttavia per più secoli dopo la gneri-a di Troia, avca la Grecia propria conlinualo ad esser nelle arti poco avanzata anche dopo allogate le Muse sul Parnaso , e ì Elicona. A rincontro molto prima si stabilissero i Pierj a Delfo, l'Asia minore, e le* colonie Ioniche eran già colte singolarmente nelle arti. La descrizione, che ab- hiara. nel sesto della Iliade del vasto e niagnifico pa- lazzo di Priamo costrutto di marmi , elevato su di volte capaci , cui gli Egizj non seppero mai ideare , costrurre , le superbe colonne , e i vari ornamenti d' oro, d' argento, di rame, e d'avorio altrove dal poeta esat- tamente descritti sono chiari argomenti de' progressi ivi fattisi neh' architettura , e nella scoltura. Ma gli stessi poemi di Omero abbracciano quasi la natura intiera , e quanto può esaltar 1' immaginazione , od eccitar le passioni, movere il core, pascere 1' intelletto, e formar il giudizio. Ardito nelle espi-essioni , ed immagini, al- trettanto che sublime ne' pensieri, facile, dolce, sempre elegante in colorire le amabili virtù sociali, le sue pa- role sono create per tutto ciò, che vuol dire, la gius- tezza delle metafore , 1' energia , V ordine , la varietà delle cose , il dipignere vivacemente tutto ciò , che tocca, danno a divedere , che il genio suo prodigioso erasi nutrito in un paese già colto , ancoraché non avesse

DI JACOPO DTOANDI. lo5

le Muse per concitfadine, e Jjasta Omero solo a di- mostrar la superiorità della lingua gieca insino d'allora a fiattar qualunque suggello, hranvi adunque infinite chiare idee delle cose , poiché ahbondavano le parole più proprie a spiegarle. Talché quasi ciascuna di esse parole scomponendosi nelle sue parti elementari, con- tiene una definizione.

Le belle e ricche pianure dell' Asia minore , la facile comunicazione de' popoli , la minor lontananza , e il commercio de' già più colti orientali suscitarono , e fecero isvilupparsi più prontamente il vivace naturai genio de' Greci Ionici ivi immigrati. All' opposto la Grecia tagliata da una serie e catena di aspre, elevate, discoscese montagne, che formano qua e di molte sinuosità, gittano, e prolungano d'ogni lato de' rami, .che la ridividono ancora in molte valli, e le une quasi del tutto chiuse alle altre, e non di rado innondate , ha dovuto per lungo tempo, a dir così , isolarne i po- poli , e per difetto di frequente e più facile comuni- cazione tra loro ritardar lo sviluppo , e i progressi dello spirito. Quindi assai tempo anche dopo la Troiana guerra i molti e lunghi infortunj de' principali capitani Gr^ci , le crudeli guerre degli Ex-aclidi , e Pelopidi , le succedute emigrazioni de' popoli , le rivoluzioni con- tinue , che per moltissimi anni desolarono tutto il paese, il qual però abbattendo i tiranni rinascenti , riconquistò la hbertà , erano fatte per imbai-barir la nazione viem- jnaggiormeute. Si fu durante quell' ostinata lotta, che

lo6 SOPRA LA SEDE, E IL CULTO DELLE MUSE, EC.

apparvero le Muse in sul Parnaso, dove le attirò pri- mieramente la fama di quelf oracolo, che vi attraeva altresì i popoli; quindi i giuochi pitici ne accrebbero mano a mano il concorso ; giuochi intrecciati alle re- ligiose cerimonie , e divenuti parte della religion me- desima. Furono più frequenti in principio , e insieme il più gradito degli spettacoli ad uomini , i quali con- tinuavano a riguardar per primarie virtù la forza, e la destrezza. Ambivano farne mostra gì' istessi eroi , e a Olimpia principalmente , e a Delfo , e altrove s' isti- tuirono per onorarne la loro memoria , e di tutti gli Uomini prodi , o benefici.

Ritrovarono pertanto i Pierj già preparato sul Parnaso il teatro, per unir viemmeglio, ammaestrare, ed inci- vilir i Greci , e il ringrandirono ogni maggiormente colla seducente melodia de' versi, e del canto. Le rela- .zioni sociali divennero mano a mano più estese, e più ferme , e le domestiche perfezionaronsi , donde ne ri- sultò in progresso quello spirito pubblico , quell'entu- siasmo per la patria , il più nobile de' principi , cliG accendono , e movono l' anima de' cittadini a cose grandi, e rendette cotanto celebri i Greci. Le canzoni, od inni ne- sono stali gli strumenti , altrettanto che i ■primi- poemi ,■ e monumenti primi ddte storia, cele- brando gl'Iddìi, e gli eixji^' e i fatti più preclnri della nazione , esagerando , immaginando de' piodigi , ed ■abusando sempre della ignoranza , e ci'edulità del po- jìólo. Incominoiarotio, e pi opagaronsi allora per la Grecia

DI JACOPO DDRANDI. ICJ

le dlsfide e gaio di poesia e musica sconosciute ad Omero , ma di giA in uso a' tempi di Esiodo , il qual fioriva appena cinquant' anni dopo collocate le Muse sul Parnaso, e indi anco su l'Elicona. Desso è stato il primo poeta della Grecia propria, imbevuto delle cogni- zioni, e coltura de' Greci dell' Ionia. Però non si solleva mai al sublime, non seduce , non abbaglia, non colorisce vivamente, non dipigne , ma piace per 1' armonia de suoi versi, per 1' elegante semplicità , e chiarezza del suo stile adattato a'suggetti campestri , e didatlci. Neil' oscuro suo poema della generazion degl' Iddii , e formazion dell'uni- verso, due cose, che a quei tempi anche appresso i barbari non ne faceano ch'una sola, traspai-e la non ancora estinta barbarie de' Greci. Ma più belli, più elevati de' versi di Esiodo poterono certo esser quelli degl' inno- grafi del Parnaso , e dell' Elicona , però tali , che ope- rarono un gran bene, onde giustamente fu detto, che la cetra dirozzò, incivilì, governò la Grecia, e vi creò la liberti. Cotesti inni accompagnati dal canto , e dalla cetra han fatto presso le altre antiche nazioni, e presso i Latini medesimi lo stesso uffizio. Nel Lazio se ne onorava Carmenta per istitutrice , come rapporta Dio- nisio d' Alicai-nasso liò. i , il qual parla altresì degli antichi inni della patria cantati in lode de' prodi e virtuosi uomini , e per lunghissimo tempo ripetuti in Atene , e Roma in occasion de' trionfi , e de' funerali. Le leggi istesse ligate in versi cantaronsi dal popola molto innanzi fossero sci-itte , donde avvenne , cho il verbo cantare era sinonimo di favellare.

Io8 SOPRA LA 5EDE, E IL CULTO DELLE MUSE, EC.

Sembrami però non abbiano inni, e le istruzioni de Pier] trapassato i confini dell'Elide, o Grecia pro- pria almeno per più di un secolo dopo stabilitisi in quella. Io 1' argomento dallo aver Licurgo chiamato a Sparta insin dall' isola di Greta un cantore , o poeta per dirozzare, e addolcir gli ancora feroci Lacedemoni, siccome ricaviam da Plutarco nel discorso perchè la Pizia non proferiva i suoi oracoli in versi. Ma non meno i versi di quel Gretese non bastarono a rammol- lire la ferocia de' Lacedemoni rimasti sempre barbari,' poiché non coltivarono mai le scienze, e le arti, divo- rati dall' ambizione ed avarizia , inquicli , perfidi , e fatti per ispogliare , ed opprimere i più deljoli.

Dopo Esiodo le Muse dell' Elicona , quelle del Parnaso quasi per tre secoli non inspiraron più ad altri di quella contrada il lor divino entusiasmo. I Rapsodi presero il luogo de' celebri poeti , recitando i versi di que' famosi teologi del paganesimo, gustati, ed ammi- rati dalla nazione , che in uno erudivasi e s' imbeveva di errori. Da que' Rapsodi nacquero i Sofisti , o sient» isavj, o studiosi della morale, e quindi i Legislatori o Solone. Parmi , che Pisistrato suo parente abbia usur- pato il governo d' Atene per migliorarlo , e stabilirvi le scienze , e le arti, accogliendone i professori , che innanzi illustravano la corte di Creso Re della Lidia debellato da Giro. Gerto 1' Asia minore , e le isole dell' Arcipelago avevano di già prodotto de' valcnt' uo- miai aclle lettere ed arti , ì ^uali sono stati i modelli

r»l JACOPO DURANDI. 1 05

degV istessl Ateniesi. Alceo di Mitilene era un sommo poeta lii-ico un secolo prima che a Tebe di Beozia fiorisse Pindaro. Ma non la Grecia tutta , e i luoghi abitati dalle istesse Muse furono ricchi di cotali genj. L' Attica sola nell' intei'vallo dall' invasione di Serse al magno Alessandro n' è stata più ferace che non tutto il rimanente della Grecia , ed ò sempre con maraviglia, e con piacere , che i nostri sguardi si dirigono verso quel punto di terra , vera patria delle scienze , e dello arti , del buon gusto , e del bello in ogni cosa.

no

DELLA ORIGINE

DEL DIRITTO REGALE

DELLA CACCIA.

DI JACOPO BURUNDI.

Leila a' 26 novembre 1809,

I

L primo forse de' mezzi, die 1' Incliistre necessità in- segnò agli uomini per nodrirsi e difendersi dalle in- comode fiere, e dipoi seppe diventar ini esercizio deli- zioso anche in seno all' abbondanza di ogni cosa , e alla varietà di piaceri novi e più facili, venne interdetto ai popoli con un eccesso di rigore , e quasi a un tempo medesimo pressoché in tutta Europa. Da cosi fatto di- vieto , e vincolo si preparò , e molto più tardi vi nacque un diritto sconosciuto agli antichi , e primeggiò nella folla di quelle tante gravezze , che nei di pro- cellosi della gotica barbarie, e della servitù sursero a un tratto , e crebbero , figgravandosi sugli uojnini , e sulle tene.

CI JACOPO DURANDI. Ili

I Pubbllclsli, i Giurccongulii, ed altri scvittorl volen- done investigar l' origine , riuscirono per mio avviso a vieppiù offuscarla. Si appigliarono gli uni a speculazioni di pubblica economia , che oggidì la voga di un vo- cabol novo di vecchie cose , e non di nuova scienza chiamerebbe Statistiche , quando era mestieri indagare, disaminare , crivellar i fatti. Altri in vece di spiegarci come nascesse cotesto diritto, e per quai gradi, hanno cercato piuttosto di puntellarlo e sorreggerlo in alcun tnodo , allegando , che le cose mobili imparziali erranti e libere , come le fiere , appartenendosi alla proprietà generale del territorio , rimase in baha del supremo signor territoriale 1' appropriarsele tutte, ovvero accor- darle a un ordine soltanto di cittadini , o diniegarle affatto a chicchessia. In somma gli uni e gh altri risguar- dano la libertà della caccia come un'arbitraria tolleranza civile, e presuppongono per causa di un oscuro fatto il folto medesimo , o un altro più oscuro.

Chi disse, che il diritto di cacciare dipende indiviso da quello , che ha la sovrana podestà di metter confini al divagare e scorrere pel suo territorio , disse forse un' assurdità , perchè il divieto non ricaderebbe su l'oc- cupazione delle libere fiere, ma su ì passi de' cittadini.

Immaginò e disse un' assurdità , chi s' è ingegnato titrnrne l'origine dalla immemorabile prescrizione, cui die poi tutta la forza la pazienza de' sudditi. Non si sa _e^li ijJli„,teinpo, in che la caccia era comune, e a

tia DEL DIRITTO RECALE DELLA CACCIA,

uessuno interdetta , e che la pazienza de' sudditi tìon è mai libera * ?.

Alcuni sottilizzando un poco meno , pensano aver colto nel fatto cercandone 1' origine in quella costitu- zione de pace ienenda attribuita all'Iinperador Federico I •• , nella quale si proibisce di tendere lacci, e reti, o altri tali strumenti da prender ficie , se non fosse per orsi e lupi , che usano tenersi in luoghi selvaggi , e non frequentati. Si mirava a prevenir le occasioni di jisse, perchè in quelle così tese insidie v'incappavano talora , e rimanean presi i domestici altrui animali : provvedimento già promulgato più secoli innanzi nella legge de' Borgognoni ( iit. XLVI ). Per quaV altra ca- gione non si proibì la caccia molto più usata allora con r arco , e col falcone ? Ma costoro s' ingannano altresì, attribuendo al primo Federico la mentovata costituzione. Sembrami apparir dal suo contesto , che il legislatore non era Imperadore , ma Re , e così pur

* Basti accennar qui i principali autori di così fatte opinioni , cioè Grozio de jure Belli Ub. a cap. 2 §. S , e cap. 8 §. J. PiifTendorffio Uh. 4 cap. 6 §. 4. Georgto Fransk exercit. IV quaest. 2 seguitato da molti pubblicisti. Zieglero de jurib. majestatis Ub. 2 cap. 4, Fristchio, Goebel de jure ve- nandi pag. 88 , e altri. Non vi ha ragioni più sode nel famoso corpus jurìs ve/uilorio-forestalis ec. e ne' suoi commentatori.

** Rapportata Feudor. 2 tit. 27 , §. s ^6, Cuiacio è stato il primo ad attribuirla a Federico 1 , e gli altri tutti il seguitarono , fondandosi fuor di proposito su r istoria di Otton Frisinogense lib. 2 , cap. itlt. , le cui parole con- cernono r altra costituzione veramente di queir Imperadore intitolata pur dt gact Untnda \^ Feudor. 2 tit. 55) eh' e dell'anno 1158.

DI JACOPO DURANDI. Il3

lo stile e le cose , che quella contiene, indicano una età anfciiore, e si confanno molto meglio al lungo regno di Arrigo IV.

Ma senza più inter tenermi a ricordar gli altrui sistemi, eh' uno immaginò in un modo , altri in un altro , mi basti dire , che costoro hanno creduto trovar 1' oi*i- ^'ne di questo diritto, studiandosi di giustificarlo , e non la ritrovarono , e non 1 hanno giustificato.

Però non vuo io , deggio pretermettere quella si comune divulgata opinione non solamente tra gli eru- diti,, ma quasi in ogni classe di uomini, che continua . a consideiare il diritto, di cui si favella, come una reliquia o seguela dell' antico feudalismo , ed il fa a dirittura travalicar nelle nostre contrade a fianco delle nazioni settentrionali, che le invasero, e secondo i bar- bari lor costumi vi creaix>no de' diritti non meno bar- hari. La verità vuol eh' io pigli qui la difesa di quegli agresti conquistatori troppo a torto in questo acca- gionati. Certo la caccia era per loro una passione fo- mentata dall' indole , dal costume , e talvolta dalla ne- cessità , e pregiandola inoltre come una immagine della guerra , ve n' escludevano i servi , i quali erano pari- mente esclusi dalla milizia : conformità di principi e d' idee tuttavia conservata da altre nazioni ancora bar- 'bare , e tra i medesimi selvaggi dell' America. Ma i Franchi nelle Gallie, e i Longobardi in Italia quantunque abbiano ritrovato gli antichi abitatori non troppo curanti la caccia ancoraché libera, non ne presero un pretesto

Tl/(. PEL DIRITTO REGALE DELLA CACCIA,

per escluderli , e nemmeno 1' uso frequente eh' e' faceano , servì loro di argomento per invidiarlo , e toglierlo agli altri. dalle leggi Saliche le più antiche tra quelle de' secoli mezzani * ^ dalle Longobardiclie si ricava , che noppur alle terre benefiziali dette feudali dappoi , ovvero a' possessori di quelle si fosse appro- priato il privativo diritto di caccia. Secondo la legge CCCXXX del Re Rotari •* il divieto di cacciare ri- sfretto era a' boschi , e alle selve del Re. In quelle poi de' particolari ove alcuno avesse tolto via gli sparavieri, il padrone del fondo potea ripigliarseli ognivoha gK avveniva di cogliere il rapitor colla preda , od in sul fatto, del che dovea rimanersi soddisfatto senza più. Adunque anche in Italia a' tempi de' troppo calunniati Longobardi era libera la caccia. Solamente se il pa<- drone di una selva segnava un albero , su cui gli spa- ravieri o falconi avesser fatto il nido , indicandolo a quel modo già da lui discoperto , e quasi-occupato , chi per avventura glielo involava , venia condannato in un' ammenda. Cotale riserva ristretta agli sparavieri non estendevasi punto alle altre fiere. Sono in ciò con- formi le antiche leggi de Franchi, Ripuari, Alemanni, Bavari , e Sassoni •**.

* Un solo titolo vi ha in esse de ■\-enatioiiibus eh' è il XXXVI , in cui iio« si proibisce altramente la caccia , ina soltanto s' infliggono pene pcciiniaiie a' furti e uccisioni di animali destinati a quella.

** Rer. Italie. Scriptor. t. 2 pag. 42.

«#« Presso Lindcnbrog Cod. icgum antiquar. e segnatamente la Ii",^ge d<* Ripuaii tit. XLII.

DI JACOPO DURANDI. n5

Laonde solamente i Re o sieno capi di coleste bar- bare nazioni riscrbavano gelosamente alcune selve a' privali loro piaceri, ed ei'ane ad altrui interdetto insino r ingresso. Il rigore era sommo , e l' istesso pio Re de' Borgognoni Gontranno, quegli, che sul fine del sesto eccolo tolse a' Longo})ardi le valli di Susa , e di Aosta, e le riunì al regno di Borgogna , vendicò bai'baramente col sangue di tre cittadini quello di una fiera uccisa in una delle sue selve , come attesta il più antico istorico della Francia Gregorio di Tours ( lib. io cap. \o ). La proprietà de' poderi unita alla libertà de' possessori non erasi ancora violata. La legge romana , che diede a' cittadini r arbitrio , trovandovisi presenti , di poter impediie 1' ingresso nelle propiie terre a'cacciatori, non per vincolare 1' esercizio di cacciare , ma per 1' intera libertà delle teiTe medesime , e fuor di tal accidente era lecito a ciascuno cacciar ovunque gli piacesse * , trapassò quasi tutta nelle leggi de' mentovati barbari.

Carlo Magno creato Imperadore rattemperò d'assai in tutto r imperio gli eccessivi rigori dei Re franchi in fatto di caccia nelle loro foreste. Non esigette anche dalla istessa plebe nulla più del valore della fiera uccisa in qualunque delle sue selve patrimoniali **, moderazione

* Xec Interest [eros hestias , et vofucres quis caprai in suo juiido , tiut in alio. Instit. lib. 2 tit. 1 , §. 1 2 , 1. 1 e 2 ff. de acquir. ttt. domin.

** Capitolare i dell' 802 cap. 39 nella raccolta di BaliizJo, e nel cargus jur'is Gtrman, antiq. col. 642.

ufi DEL DIRITTO REGALE DEt.LA CACCIA,

non imihnta mai eziandio ne' secoli più colli e moderni. Continuò ad esser libera da cotal suggezione 1 universa- lità de' territori. Appare bensì dal famoso capitolar» de iillis Caroli Magni eccellente modello di prudenza, di ottima amministrazione, e di economia domestica % fatto in tempo eh' egli era di già Re de' Longobardi , ma non ancora Imperadore , che i cacciatori e falco- nieri palatini , i quali facean la parte più numerosa della corte dei Re franchi , erano ben sovente sparsi per le province, affin di fornir la coi*te di cacciagione, ma non recavano disturbo niuno od impedimento alle usate cacce de' provinciali. Allorché il salvaggiume era scarso nel centro del regno , commettevasi a' duchi , cioè governatori delle province limitanee di prove- derne la corte , e si spedivano a cotal uopo alcune truppe leggieri dinominate a vicenìla sagittari e caccia- tori. Provedere al costoro comodo , e de' falconieri era incombenza de' giudici fiscali , che sopi-intendevano alla conservazione delle regie selve , e de' cani da caccia ( ibid. cap. Bj). Non ostante cotesta loro sopi-in tendenza essi, e nessuno de' vassalli fiscali, o sia del regio patri- monio non poteano cacciar nelle terre , che tenevano in benefizio dal Re in compenso de' lor servigi , e del governo de'regj poderi, peixhè di cotai benefizi avean l'uso, e non 1' usufrutto (ibid. cap. 5o ). Altro loro

* Ibid. col. 607 e segg.

DI JACOrO DURANO!. I I7

carico era il riscoteie 1' annuo censo in falconi , e spa- ravieri , cui eran tenuti pagare tutti i possessori di selve ( cap. 36, e l\^ ). Talché tuttavia sotto Carlo Magna qualunque proprietario, e chi teneva beni in usufrutto, godea della libertà della caccia, e del porto delle armi, come lo accordava la legge Salica.

Mantenne Carlo Magno tanto più in Italia cotesta libertà , ed il medesimo regolamento. In una sua lettera scritta in circa l'anno 807 al Re d' Italia Pipj^ino suo figliuolo gli raccomanda di vegliar su la condotta de' suoi ministri ed ulliziali , e su le indebite esazioni, od estorsioni loro , e frodi , tra i quali annovera i jalco— nitri, e cacciatori sparsi come gli altri uffiziali ed esat- toli pel regno d' Italia. Sono inevitabili bene spesso almen le minute coloro vessazioni ,- e rapacità inverso i popoli, ma non appar che nella pratica del cacciare osassero molestar gli arimanni , cioè gli uomini liberi., chicchesia altri n* avesse la facoltà. Anzi per tutto 1 impero era così grande in ciascuno la cupidità della caccia, e la frequenza di essa, che ad agevolarla vie più , e accrescerne il piacere , di tante selve già di so- verchio propagate su i fertili campi , e su i ti*ist£ avanzi, e le rovine di luoghi un popolosi, n' avean ridutte parecchie a foreste, nelle quali più specialmente

* Presso Baluzio Cajiitular. Reg. Francor, t. I pag. 461 ^ e Rer. Italie. Scrip. t. 1 pait. 2 col. 112. ,

Il8 DEL DIRITTO REGALE DELLA CACCIA,

s' intertenevano , e nutiivansi le fiere , le quali multl- pllcavano 9 pregiudizio degli uomini. L' istesso nome di foresta , come sembrami più verisimile a preferenza di altre forzate etimologie , derivato dall' antico teuto- nico furen pascere , nodrire , siccome pur osservò il dotto Gioan-Giorgio Wactlier nel glossario germanico antico , ne dimostra la sua destinazione. Qualunque selva poteasi mutar in foresta però con 1' autorità del Re , a cui solo spettavasi accordarne il pi-ivilcgio. Il gius di ajforcsiazione , o di afforestare , come barbara- mente appellavasi, ha preceduto i tempi de' Carolinghi, p non solamente molti signori , ma molti particolari possessori di selve, e poderi l'avevano ottenuto, ovvero usurpato , quando \ Impei'ador Lodovico Pio nel capi- tolare IV deir7 19 ordinò non si creassero nuove foreste, e si dimettessero quelle istituite senza privilegio di Carlo Magno suo padre ' ; ma intanto non si toccassero quelle destinate al servizio suo , cioè non si levassero di entro le fiere , o si disperdessero, come ordinava farsi delle altre , che ciò e nulla più vuol dire ivi d imi t fere.

Mi pare strano abbiano alcuni immaginato, che quelle parole insliliiere , e dimlttere le foreste equivalgano a

* Cap. 7 de forestibut noviter institutis ut quicumque iUas hahet , dì' mrttal , itisi forte judicio veraci estendere possit , ec. presso Baluzio ibid. t. 1 pag. 600 , e Labbe Nova Coiect, Conciliar, t. XIV col. 414 , e nel Cor- put jur. German. antiq. col 834.

DI JACOPO DURANDI. Hr^

traplantavle , e svellerle , od abbatterle , e quindi pre- euppongano si dovessero diradicar le selve a favore dell' agricoltura. Dirò da costoro ignorarsi che si fosse afforestare y e infatti malamente lanno pur siuouime foreste e selve come fecele 1' uso moderno. Il mento- vato ordine di Lodovico Pio fu geperal precetto : il rinnovò con altra legge pubblicatasi segnatamente per Italia, ed ai conti, o governatori delle province co- mandò di non più istituir foresta nessuna , e dimetter le nuove senza 1' autorità sua istituite * , cioè a dire disforestarle , o levar d'indi le Cere intertenute, e no- drite per le caccie. Tornano i medesimi termini , ed invero m' incontrai più volte nelle carte de' bassi tempi a trovarvi instituere , ed institutiones adoperati in vece d' imporre , stabilire , ordinare alcuna cosa , comecliè questi vocaboli appena si ti'ovino ne' glossar) della barbara latinità, ne' quali non pare possibile registrarli tutti , o in tutti i significati. Di qui pur si raccoglie , che i conti non altramenti ordinavano le selve in foreste se non come delegati , e comniessarj del soviano. Ma posteriore sembrami a' tempi de' Carolinghi il cerimo- niale praticatosi nella istituzione o creazione di una selva in foresta , per cui si usava nell' istesso regio di- ploma disegnarsene il rito , nominando ad un tal uopo alcuni uomini savj e pratici , i quali visitavano la selva,

Leg. 49. Rei-. Italie. Scvìpt. t. i pare, e pag. 1^3.

■I20 DEL DIRITTO RECALE DELLA CACCIA,

ne stalnlivano i couCni , e i limiti , vi riponcano i tennini , poi de' banditori a nome del Re pubblicavano in tutta la contea , nella quale giaceasi la disegnata fo- resta, il divieto a chiunque, e al conte medesimo, e ad ogni altro i-egio uifiziale di qualunque grado ei si Tosse, non che di cacciare , ma neppur di enirar in quella , e tantomeno entrarvi con cani , con falconi, con r arco , od altri così fatti strumenti ed ingegni. Quindi se ne formava solenne atto, e registravasi nella cancelleria del Re. Cotesta pubblica cerimonia giovò a togliere o scemar gli abusi , insintantochò i conti , ed altri maggiori vassalli furono meno indocili , o meno assoluti nei loro governi. Ciò che degli antichi GalH e Germani dissero Cesare llb. VI , e Tacito de morilus German. quoiies bella non ineuni, multum venationibus iransìgunt , è parimente da dirsi di loro , e di altre nazioni nelle mezzane e basse età. La caccia , e la fa- cilità di ritrovar più raccolte e copiose le fiere nelle foreste era una comune delizia in tempo di pace , e r unica occupazion de' signori , i quali per un co tal loro fasto non comparivano quasi mai in pubblico senza portar in mano il falcone. In si gran pregio r aveauo , che per legge era vietato cederlo anche per prezzo della propria liljertà , segnatamente appresso i nostri Longobardi *• Chiunque poi avesse altrui involato

*_Lege6 Longobaicdoi. ibid. leg. XVI pag. 129,

Dr JACOPO BITRANDI. " 121

il falcone , doveva in pena lasciarsi divorar da quello sei once di carne su la parte più carnosa del coipo ( sìipertcstones ) , o pagar grossa ammenda *. < Fuor della dislinzion capricciosa di comparir dovunque col falcone in mano riserbata del tutto ai signori , poteano però usarne gli uomini lilìcri , recandosi a caccia a loro piacimento. Con tanta avidità e frequenza vi attendevano , che con iscandolo grande del popolo v' impiegavano interi anco i giorni festivi , ed i conti insino i giorni stabiliti a tener i piacili , cioè a render ragione ". Non n' abusavan meno i vescovi , e gli abati de' monisteri fattisi anch' essi guerrieri e cacciatori ., come signori di varie terre , dacché su lo scader del settimo, o al più tardi nello entrar dell' ottavo secolo incominciarono i barbari a intrudersi negli ordini sacri, e a contaminar il clero co' barbari lor costumi, e eoa r ignoranza loro.

Noi siam ragionando trapassati ben di qua dell' età di Carlo Magno , ed in nessun luogo ritrovammo conteso il cacciare se non ai servi solamente , e siamo tuttavia lontanissimi a vedervi nascere il regale diritto, di cui si cerca 1' origine , o sia quando e come nascesse, sebben dai più si presuma tanto più antico , 1' uria cosa confondendo con 1 altra. Ma sotto i deboli successori

* Lex Burgondiottum additam. I, tjt. II corpus 3ui^*Gc<^"i<ui. antiq. coL 400^ ** Ibid. capitul. anni 807 cap. 4 col. 735-

122 DEL DIRUTO REGALE DELLA CACCIA,

di quel prode e savio Impei'adore la catena de* subal- terni poteri, che già divisa ia molte anella , e grado a grado prolungandosi finiva in mano dei Re, rallen- tandosi ogni di viemniaggiormenfc, a misura che veniva Ancora a ridividersi, ed estendersi, incominciò final- mente a sconnettersi, e quinci la monarchia a perderei affatto r attività del suo principio fondamentale. Nel hreve periodo dell' impero di Carlo il Calvo fu prima la Francia a veder fatti ereditar) i grandi uffizi della corona , e tatti i personali benefizi, che per anticipaziones diremo feudi. La debolezza del sovrano, e l'augumento progressivo della potenza dei gran vassalli venne ancora «d attenuai"© e pressoché spegnere i diritti delle pro- prietà particolari. L' istessa libertà si rendette incomoda, e Carlo Calvo astrinse gli uomini lihcii a scegliersi signore tra i suoi vassalli , ordinando si confiscasscra gli allodj di coloro, che ricusassero sottomettervisi *. A questo modo vassallaggio diviso e ridiviso in vari sgradì più minuti divenne il carattere comune de'sudditiw Lia corona acquistò degl' immediati vassalli più polenti;i «la a un tempo de' rivali , e de' nimici. Tuttavolta itt mezzo alla sua fiacchezza fu somma la gelosia di quelP Impcradore e Re d' Italia per l'inviolabilità della cacci* nelle sue selve , di -modo che nel suo capitola r-e dell' 877 dopo aver disegnalo a Lodovico suo figliuolo quelle,

' Capitili. Caroli Calvi tit. 9 , cap. 2, 3, 5.

DT JACOPO DURANDI. IsS

nelle quali gli permetteva di cacciare , ( cap. XXXII ) ordinò con invida curiosità gli si dovesse render conto delle fiere , che Lodovico averehbc ammazzato in cias- cuna selva ( cap. XXXIII ).

Finalmente dopo la morte di Carlo il Grosso, o dell' ultimo degli Jmperadori Carolinghi videsi cjuasi in ogni terra crescervi un liran nello. Furono astretti gì' isfessi cacciatori, e regj falconieri poco a poco discostàrsi dalle selve occupate da cotesti novelli despoti , i quali surrogando le assai volte 1' arbitrio alia legge , oppri- mevano a nome del Re medesimo un popolo di schiavi. Emulando ne lor distretti , e nelle signorie loro dive- nute ereditane la sovrana podestà, e quasi indipendenza, vollero pur anco le loro foreste inaccessibili ad altrui come quelle del Re. Singolarmente la Francia tuttavia ne' bassi tempi meno riraoti , e un cotal poco meno rozzi e ferigni ha veduto più d' uno de' gran vassalli della corona , ed altri signori accordar licenza ali istesso Re di poter cacciare in alcuna delle loro selve , ed il Re discendere a sollecitare , e mendicar quelle licenze *. In somma guardavano le loro foreste con quella gelosia , e con quel medesimo rigore , con che guar- davansi quelle del Re istesso. Basti per molti esempli il caso di tre gentiluomini Fiamminghi sotto il buon Re

* Infra altri esempli vedi quel di Biircardo signor di Marly presso Du- chcsne. IFist. Généalog, de la maison de Montniorencj pag. 401.

124 >5EL DIRITTO REGALE DELLA CACCIA,

Luigi IX, i quali osarono inseguir un cervo infino sulle terre d' Inghirardo di Gouey , ed ivi ucciderlo. Quel signore feccli tutti e tre impiccar per la gola , valse che il Re disapprovasse cotanta crudeltà *. A misura che vennero scemando i possessori degli allodj , e per conseguente niultiplicaronsi i servi , e gì' infimi e i rustici vassalli , scemò il numero de' cac- ciatori , o sia di chi avea dritto ed uso di cacciare. 'Nò giù tutti gli anelli dell' allungata catena del vas- sallaggio ritennero 1' uso della caccia nemmeno nei loro sufTeudi , se non quanto il solTerivano i lor mag- giori. Il popolo incallito nella servitù appena sapeva accorgersi de' torti, che gli venivan fatti. Il dispoti'^mo cosi più diviso , e minuto avea negli animi degli uni introdutto 1' avvilimento , e negli allii quello spinto di violenza, e di anarchia , che gli è proprio. Ogni relazione ed idea di diritti e di convenzioni tta il si- gnore, e il suddito o servo era pressoché estinta , ed eravi succeduta l'idea di timoi'e , di dovere, di forza. Un governo cosi fatto era a un di presso comune quasi per tutta Europa, e troppo più proprio a mul- liplicar i tuìnulti degli stati civili , e le divisioni, che del continuo li dilaceravano. Nulla di meno la sovra- nità comunque cosi inceppata , e in apparenza oiaaiai poco gelosa di tanti suoi diitti già perduti, o andava

De flilioy /,yj;n. hlstj/ij. de la ikaIìqh de CvKy>

DI JACOPO DUP.ANm. 1 2 li

perdendo alla giornata , seppe conservarsi iu molte province alcune selve patrimoniali , o fiscali , dette al- tiamenti pubbliche , ovvero dello stato. Esse non vo- glionsi confondere con le selve comunali , come per alcuni si è fatto , nelle quali manteneasi comunanza di pascoli , e talvolta anco di caccia , e ciò non ostante parve talor a' sovrani di poterne disporre, e ne dis- posero taloi'a a pregiudizio del popolo, come delle pubbliche , o fiscali ben sovente fecero a prò di fa- voriti, oppur di chiese. Usavano pur tuttavia dell' autorità loro ancoraché talvolta contrastata , o rimasa ineflicace di permettere ad alcuni cittadini la caccia in luoghi determinati, e circoscritti, o ne' beni propri di ciascuno, ove per rigor di costume, o per abuso de' maggiori vassalli , o per altra condizione n erano esclusi, oppur anco di permetterla agli uomini tutti di una comunità per motivi ragionevoli , e il più so- vente per distrugger lupi ed orsi , od altri animali anche innocui, però cresciuti in troppo gran numero, e quindi infesti alle campagne. Ma sopra tutto 1 opinione pubblica, e 1' ombra ancora della su^arema autorità parve sola capace, e la più imponente agli occhi del popolo a rendere come sagre ed inviolabili le selve col suddivisato rito ridutte a foreste, rito forse invidiato, ma non usurpato mai palesemente dai rivoltosi conti, ed altri signori, benché da loro profanato alcune volte, o violato a danno de' più deboli. Da questa prerogativa dei Re nei burrascosi bassi tempi tuttavia conservata

ieS del nmiTTo recale della caccia,

pigliò sua mossa ed origine il gius forestale indiviso già da quello di caccia, e preparò e concentrò finalmente nei soli Re, e principi sovrani il regale diiitlo, di cui si favella, nato quindi molto più tardi della toltasi al popolo libertà di cacciare. Un fatlo così apparente , elle risulta eziandio dalla serie di molti altri, non ha potuto altramente sfuggire , come pure sfuggì alla sa- gacità di tanti dotti scrittori , se non perchè in una j-icerca di puro fatto vollero piuttosto cavar sottilmente dal proprio ingegno speculazioni, e discorsi arrischiati, e conghietture , trascurando la fastidiosa indagine dei fatti cui r ingegno non può supplire , e smentiscono quasi sempre le conghietture, e i discorsi.

Ma in questo neppure dai fatti si seppero ogni volta dedurre le debite conseguenze. Cosi la quantità grande di vecchie carte e diplomi singolarmente dei Re , e Imperadori di Germania , che contengono donazioni di foreste e selve con peculiari privilegi di caccia , fece immaginare a parecchi scrittori di quella nazione imitati poi, o copiati da altri, che il solo Imperador di La- magna Re de' Romani anche per tutto il corso de' secoli barbarici abbia di fatto riunito nella sua persona il gius della caccia, e delle foreste sia anche sopra tutte le terre de' particolari , e quello di poterlo altrui comunicare e concedere, senza alienarlo giammai da se, o scemarlo, partecipandolo ad altrui *. A comprovar

* Veggasi infra molti altri il baron* d' Icltstat opuscula jur. varii argumtn. t. I o^usm!. IX , pag. 59^ e seg. /

DI JACOPO DURAKDI. t'ZJ

fatte cose adoperano alcuni imperiali diplomi , e molti pili potrebbono adoperarne , ])oichè tulli simi- glianfi, ma singolarmente uno di Arrigo IV del 1062, pt'r cui alla chiosa di Amburgo ha conceduto la ragion della caccia in una vasta foresta di quella contea, luor solamente dei tratti e siti , nei quali era già stata altrui conceduta dai precedenti imperadori. Ma tutto ciò noa giova punto a comprovar neppur tina delle proposizioni de' mentovati scrittori. Era quella una selva pubblica o fiscale non ancora usurpata dal conte del paese, solamente in Lamagna, ma sippur altrove faceano i sovrani delle donazioni di questa specie, come poc'anzi notammo, e talora per prevenire, se lor veniva fatto, le usurpazioni dei conti, e di allri gran signori. Però neir accordar colali largizioni nt in Lamagna, altrove era sempre libera la volontà dell' imperadore , o di qual altro piincipe sovrano nemmeno intcM-no alle selve comunali, potevale a modo suo sempre afforestare senza I' assenso del conte , nel cui territoiio giaceasi la selva.

Assai esempli di ciò mi caddero sott' occhio , e per non uscir di Lamagna trasceglierò due pregevoli carie della cronica de' vescovi di Minden nella raccolta di Pistorio *, le quali mettono in chiai-o questa circostanza. L'una del 99 i è del terzo imperador Ottone di donazione

? Script. Rer. Germanie, edizione di Stcìiviu t. Ili pag. 821 , S21.

128 OEL DIRITTO RECALE DELLA CACCIA,

di alcune sue foreste al vescovo stesso di Mtndcn , e oltre a ciò di una selva comune. Ad autorizzare il dono di questa v' intervennero , e 1' approvarono il duca Bernardo conte della provincia , e i provinciali mede- simi. Tutti costoro consentendovi , 1' impcradore im- presse alla selva il dritto di foresta. L'altra carta è di Corrado il Salico del 1025 a prò del vescovo suddetto, accordando pure il privilegio di foresta ad una solva situata nella contea del mentovato duca Bernardo , avendovi acconsentito esso duca e conte, e gli altri cittadini , i quali godevano innanzi comunanza di caccia in quella selva.

Laonde neppur in Lamagna era ne' mezzani e bassi tempi sempre libei'o all' impcradore di accordar 1' uso della caccia a sua fantasia , eh' è ben altro che pre- tendere n' avesse egli solo 1' universal diritto. In La- magna come per lo più anche altrove la caccia era divenuta una specie di giurisdizion parziale , ed una servitù rispetto alle terre , la qual non cadea nel com- mercio de' privati. I semplici nobili di origine per lo più come gli altri particolari segnatamente iu Germania non potevano cacciare nemmea nelle proprie selve, perclV elle servivano a quella specie di giurisdizione conosciuta sotto il nome di alta giustizia , del che ve n' ha molti esempli. Ma senza cercarne altrove , gt' istessi scrittori , che hanno fatto l' imperador di Ger- mania la sorgente precipua ed unica di questo diritto, ce ne forniscono più d' uno anche nelle età "meno

DI JACOPO DOTANDI. Ttg

remote , e meno disastrose e barbare. Certamente è molto nolaJiile quello di Andrea vescovo di Erbipoli , o Wurtemburg nella Franconia, il quale ancora nel l3i2 come signor del territorio infeudò a due nobili 6uoi cugini il diitto di cacciare entro i limiti de' pro- pri loro boschi e poderi , e di tenervi un vivaio di fiere ( hortum ferarwn ) , riserbatasi a lui , e a' succes- eori suoi la libertà di cacciar in quelli, o mandarvi cacciatori *. Altri posteriori impellali diplomi come di Carlo IV , e Federico III si adducono dai sopraccitati ecrittori, ma se non sono del tutto contrari all' opinione loro altrettanto che quello del vescovo di Erbipoli , almen non l'appoggiano, la sorreggono, perciocché 6i appartengono ad una età , in cui a favor dell' im- peradore , e de' suoi co-stati eransi di già formate le leggi intorno alla regalia della caccia , il qual diritto è molto lontano da poter vantare cotanta antichità , come infra altri piacque al dotto Conringio di attri- buirgli. Confondendo pur egli i fatti e divieti parziali , ed abusivi col di poi introdutto diritto , ne fa risalir la regalia di sopra i tempi di Carlo magno ", quando i Germani ritenevano ancora assai degli agresti costumi, e della libertà degli avoli loro.

Ben altre circostanze non comuni a verun altro

* D'Ickstat loc. cit.

*♦ Di Rcpublictt alititi, vtter. Ctrmtnior. t, x Conxingianor. pag. jj.

l35 DEL DIRITTO REGAIJ! DELLA CACCIA,

paese ocx;orrono nel particolare dell' Italia. Si potò più «opra essere stata libera la caccia sotto la sigaorin da' Longobardi , e selamente le selve del Re furono inter* dette a' cacciatori di ogni condizione. La maggioi-e e più Ifimosa di quelle selve , e altresì la più frequentata dai Re Longobardi giacca nelle vicinanze della odiern» città di Alessandria , il cui sito verisimilmente t«»vavasi allora pur ingombrato da quella slessa vasihsima syh'a vrbs da Paolo Diacono più volte ricordata. Era dessa cosi dinominata , perchè costeggiava a dilungo il fiu- micello Orba , ma di molto più estesa alla diritta del suo corso , dove poi disboscati più siti e di mano ia mano diradicandosi la selva , sursero alcuni villaggi , che han preso il nome da vari tratti della medesima. Sussisteva ancora ne' secoli nono e decimo. 11 famosg in oggi luogo di Marengo quasi in testa di quella selva dal lato di tramontana era allora una villa reale pep comodo della caccia, ed avean continuato i Re Franchi a godersi 1' una e 1' altra , durante il loro regnìo in Italia ; onde ancor dell' anno 865 Lodovico II datò di li ( actum Maringo curie regia ) la carta di dote per Angelberga augusta *. Ne fecero altrettanto i succeduti Re Italiani , e ritroviam nell' 898 il Re Lamberto in iSIarinco iam alquantis diebus venationi vacabat , allor- ché intese venirsi i partigiani del suo rivale Re Beren-

'' Antiqutt. Italie, t. x col. n; e segg.

DI JACOPO DTTRATJDI. lo|

"gario I ad attaccarlo, come rticconla 1' isterico Liut«- prnndo *. Cotesfa vasta selva abbattula qua e tocir iindccirao. secolo in gran parte dagli uomini accorsi e labbricai-si quei villaggi, si occupò dai medesimi, i quali senza richiamo del fìsco, o di altri cotanto at- tesero a distruggei'd i moltiplicati cinghiali, ed a cacciai' le altre propagate fiere, che infine le spensero. Bensì •cominciavano allora a fermentar negli animi de' nostri popoli le idee di libeiià. .'■'ì; u.:l, t

Sotto la signoria dei Re franchi i contf pi\t qui «ta])iliti da Carlo magno al governo delle province e' ingegnarono trapiantarvi i costumi e gli Usi invalsi ^ià di h\ dell' alpi anche in fatto di caccia; Altresì i vescovi nostri , e gli abati monastici divennero batta-* glieri e cacciatori, abuSO però non comune almeno a' prelati italiani di origine infino oltre la metà del secol nono , come ricavasi da utla lettera di Papa Ni* colao I rapportata da Graziano ( disiinct. 34 can. i ), ■Ma è vero , cbe pochissimi erano a quel tempo in Italia i vescovi e gli abati di origine Italiana , ed ia quelli non più la dottritia , opput* la pietà , ma pre-^ giavansi le qualità di soldato , o di cacciatore. Not^ tingo vescovo di Verdelli appunto verso la metà di <quel secolo evasi meritato dall' Irtperador Lotlario I la terra di Pontestura in Monferrato unicamente per

* lib. I cap. II in prin. Rtr. Itaik. ScrìpUir. t. 2 pag. 43J.

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la maravigliosa bravura sua nel cavalcare , e poi Liutuardo altro vescovo dell' istessa città ottenne dal facile Carlo il grosso nell' 882 e terre , e selve , e il privativo diritto di caccia in quelle: entrambi erano stranieri *. Alla morte di cotesto imperadore ridivisa la monarchia de' Franchi , e ritornata Italia ad eleggersi il proprio Re , si ricava da un diploma dell' 899 del novo Re Berengario I a prò del monistei'o di Nonan- tola ricco di più teri-e sparse allora per tutto il regna d' Italia, e così pur in Piemonte, e sia nelle vicinanze di Torino , che la cagion del divieto a chicchessia , e ai conti medesimi di cacciar nelle selve del monistero o con cani, o in altra maniera riducevasi a non rno- lestar gli animali propri di quello **. Laonde nelle selve ove non ve n'aveva niuno, poteasi da chicchessia per avventura cacciare. Oltre a ciò in qualunque luogo il monistero tenesse alcuna cella , o de' poderi doveva anch' esso aver parte nelle selve comunali. Donde pare si possa inferire , che bastava possedere qualche ter- reno per aver dritto di caccia sippure in quelle. Noa erano allora in Italia come in altri regni per anco di- venuti così i-ari i possessori di terreni. La comunanza delle selve massimamente pei pascoli , e per far legna erasi mantenuta in Italia pressoché in ogni terra ; perciò

* Diploma di quell'anno nel Piem. Cispad, pag. 323 e segg. ** Antiq. Italie, t. 2 pag. 1^6.

DI JAcoro prRAKDi. i33

furori eli poi riconosciuti i boschi appartenersi per antico possesso alle città, ed ai comuni nel primo ar- ticolo della famosa pace di Gostanza dell'anno ii83. Tanto più è da credersi avessero le comunità già molto prima ricuperale assai delle selve , che la prodigalità e debolezza degl' Imperadori Franchi e Tedeschi aveaa dato alle chiese, e ad altri, afforestandole y come usa- vano. La qual cosa era tra noi pur accaduta ad alcune a quel tempo famose selve , ubi aves capiuntur , estese dalla terra di Balzola nel moderno ,Casalasco di qui del Po infino di presso a Santo Evasio, od al sito dell' odierna città di Casale , e d' indi di qua tornando in fino al luogo di Garesana in verso Vercelli , affatto cedute a quel vescovo da Ottone Ili *. Ma poco oltre ^ la metà dell' undecimo secolo i vicini terrazzani , e il comune di Trino , che poscia mandò suoi rappresen- tanti alla pace di Costanza , si avevano in gran parte ripigliate , e diradicate quelle selve medesime.

Gioverà quindi osservare, che se altre volte le civili guerre nate tra i partiti di Guido e Lamberto contro di Berengario I tutti e tre a un tempo eletti a Re d' Italia , aveano accresciuto d' assai la potenza de' conti, o governatori delle province , e di altri signori a grande pregiudizio del popolo , e se oltre a ciò le rocche e

Diploma dell'anno looo rapportato pag. 141 e Jegg. della notizia dette /ilpl Graie e Pennine,

l54 r»EI' niMTTO BACALE DELLA ' CACCIA,

castella da essi erette nelle campagne, e dai loro par- tigiani multiplicate ancora, avean fatto pullular per tutto de' tirannelli , però ò verissimo , che in iquel di-"- sordiné di cose riprodottosi più volte nei secoli decimo e undecime , i popoli d' Italia acquistarono molto più di ardire, di bravura,' è di libertà. Il piacer della, caccia , che altrove risguardavasi proprio soltanto de" prirK:ipi , e de' potenti , non era qui affatto interdetto ai mediocri possessori di uo podere. Però àilche qiil i grandi voleano ijpssero le loro selve inaccessibili a chic- chessia, ed inviolabili pari di quelle dei Re. Basti considerare, che nel gaS fu da tutti ammirato pel pivi insigne inudito favore, che Lamberto arcivescovo di Milano avesse condotto a cacfiain utìa sua selva Bur-^ cardo duca di Svevia , e permessogli di ammazzar un cervo * : eppur cotesto Burcardo era il suocero dell' allora Re d' Italia Rodolfo. ;n'.

Era così Italia nei' due sopradetti secoli divisa tra molti potenti signori sediziosi e rivali , che creando e disfacendo i Re , aspiravano essi medésimi alla indi- pendenza. Ne risultava perciò un' aristocrazia tumultuosa, che risentivasi di tutto lo scompiglio di un' agitata re- pubblica senza averne la libertà. Il primo Imperadof Ottone attiu di comprimerla erasi provato a individere le vaste contee urbane , multiplicando de' conti rurali

* Liutprand» Histor. lib. 3 cap. 4, Rer, Italie, t. II pag. 44^.

,' .IM JACOPO DURANm. l3r>

o pagensi, i quali prima non erano che vlcarj do' coni f urbani. Ricondusse parimente varie ciltù , e comuni quasi air antica cundi^Ion de raunicipii , e sopra tutto ingrandì ed arricchì il clex'O di già ricco e grande, pei opporlo ai conti e ad altri gran signori. Lusingavas» di trovar negli ecclesiastici docilità e fede , e non ara^ bizione , ed avarizia. S' ingannò , come pure i tre im- mediati successori suoi, che 1 imitarono. Cotali sul Cnii' del secol XI furono i germi della rinata libertà de' comuni di Lombardia , e del loro entusiasmo per di- fenderla. Di modo che nella dieta tenutasi poi in Roar caglia sul Piacentino nel il 58 stettero fermi i l'appre-» sentati della lega di Lombardia a dìniegare all' imperador Federico I il dritto di caccia , oh' ei pretendea spettarsi all' imperio. Allegarono, e fi-ancamente sostennero f comuni r antic;o lor possesso di libertà della caccia* cioè a dire risalendo almeno insin al regno di Arrigo IV. Quindi nel decreto concordato in quella dieta in-? torno alle regalie dovute all' iroperadore non si anno-» vero la caccia *.

Questa ommissione dal canto dell' imperio così in- volontària indusse dipoi in errore non pochi giurecon* «uUì> ed altri, i quali non trovando compresa la caccia nel novero de' dritti regali ( Feudor. a tiL 56^, ed ignorandone la cagione , la tennero per una regalia

'•■ Radcvico lib. 2 cap. %, Rer. italic t. VI pag. 787.

lo6 DEL DIRITTO REGALE DELLA CACCIA,

affatto moderna. Altresì ignorando , che allora la libertà della caccia era soltanto riconosciuta nei territorj dt-lle città della lega di Lombardia , vollero di qui tirar degli argomenti in prò di altri paesi , dove questa re- galia erasi già stabilita , ovvero preparavasi come in Germania a' tempi di Federico I, talché i suoi com- incssaij mal sofferivano n' andasse Italia esente. Perciò singolarmente nel ii65, come narra il cronista Ottone Morena * , essi tentarono infra altre estorsioni , che praticavano in Lombardia , rivendicar all' imperadore la ragion della caccia , e multavano nella roba , e sin anco nella persona chiunque ne usava liberamente. .Coteste vessazioni furono poscia disapprovate , e di- chiarate abusive nell'articolo XV della pace di Costanza. A rinnovarne gli abusi succedettero dipoi agl'imperiali ccmmessarj nel turbinio delle fazioni , e nelle ognor rinascenti civili guerre i moltiplicati in ogni lato si- gnorotti e castellani , i quali studiavansi nelle loro tei-re imitar i gran signori , e tutto ciò ritenere , che quelli «' aveano usurpato. Se non vi riuscirono setnpre , fu perchè in molte occasioni non osavano cozzar col po- polo. Arrogandosi il più che potevano il diritto di cacciar in tutto il lor disti-etto , lo prepararono pei sovrani succeduti poscia alle agitate repubblichette ita- liche, quando a quelli si sottomisero altrettanto i comuni.

* Rei-. Italie, t. \% tol J127.

DI JACOPO DURANDI. l37

e i signori con le loro terre , e castella , e le ripresero da quei sovrani novelli mano a mano sotto la sogge- zione di feudo. La prerogativa di poter cacciare benché molli del popolo ancora n' usassero di fatto , non ca- dea già più nel commercio de' privati. Quei signori se r erano a])propriafa o come riunita alla lor qualità o come seguela e ragione del lor territoiio, e senza più attendere al